Viterbo – “Sai cos’è l’isola di Wight/ è per noi l’isola di chi/ ha negli occhi il blu della gioventù/ di chi canta hippie hippie pi…”.
1970: l’anno clou del raduno hippie all’Isola di Wight, con seicentomila persone convenute ad ascoltare giganti della musica rock ed esponenti della controcultura giovanile nata negli anni sessanta, come Bob Dylan, Jimi Hendrix, Joni Mitchell, Jim Morrison, Joan Baez, Donovan, Cohen e tanti altri. Fiumi di alcol e droga accompagnarono quell’evento. I Dik Dik, band allora all’apice del successo in Italia, rielaborarono un testo di Michel Delpech ricordando quell’evento.
Prima di allora, nel 1969, c’era stato Woodstock; un maxiraduno di quattrocentomila giovani dove musica, cannabis e lsd avevano circolato con pari appeal. Ma tutto questo era la punta di un iceberg; gruppi di giovani itineranti negli Stati Uniti avevano sempre seguito le loro band preferite, poi era diventato fenomeno di costume, quello del nomadismo giovanile musicale, come segno di insofferenza verso una stanzialità che imponeva regole territoriali, oltre che sociali. Quello fu non a caso il periodo del pulmino Volkswagen T2, il “pulmino degli hippies” come fu ricordato.
Al di là delle illegalità che venivano commesse in questi raduni, si trattò di un fenomeno socioculturale non di secondaria importanza su cui giornalisti, filosofi, sociologi, antropologi, musicologi si soffermarono, avvertendo che non si trattava di un fenomeno passeggero, né da sottovalutare. Ma mentre nelle sconfinate plaghe degli Stati Uniti, già abituati alle transumanze sociali dai tempi della corsa all’oro o ai railsroads tramps, certi raduni potevano essere tollerati, in Europa, abitata in ogni parte del territorio e suddivisa in tante piccole unità sociali ed economiche, sconvolgevano immediatamente la vita quotidiana della gente e, soprattutto, si scontravano con una più stretta regolamentazione degli usi comuni.
Il movimento rave nasce negli anni ottanta ed è certamente meno incantato e più rozzo del precedente movimento hippie; basato su una musica rock, acid, techno martellante e stordente: rave significa entusiasmo, liberazione da ogni regola, spontaneismo spinto.
Si nutre in Europa, specie in Inghilterra, dove si annovera la “Battaglia di Beanfied” del 1985, quando vi furono duri scontri fra agenti e partecipanti ad un raduno presso Stonehenge, ma esplode anche in America, dove la riesumazione del Festival di Woodstock, nel 1999, finì in terrore, incendi, teppismo e guerriglia.
I raduni rave, dove si esprimevamo cantanti e artisti “contro”, divennero manifestazione della lotta ad ogni politica “repressiva”. Si intrecciarono così motivi politici, anarchici, ma anche certe forme di espressività generazionale, giovanile, e vi si introdussero a pieno titolo e in modo organico i governatori della droga.
Di qui, inevitabilmente, il taglio “pericoloso”, “illegale”, del raduno rave. Che i social hanno contribuito a vivificare, introducendovi la strategia del flashmob, dell’improvvista chiamata collettiva che solo alla fine informa i potenziali membri sul luogo del raduno, sviando così i vari ostacoli burocratici e giuridici connessi all’occupazione di un suolo pubblico o privato, per quanto in genere ben defilato.
Tutto ciò per dire che il fenomeno rave non è da sottovalutare da vari punti di vista e non solo in termini di ordine pubblico, ma anche rispetto al ruolo che esso gioca nella cultura e nella rete generazionale e mediatico-digitale.
C’è dietro, insomma, ancora una volta la deriva antagonista giovanile, fenomeno sociale ormai endemico, insofferente delle regole e semmai ulteriormente “incattivita” dalle limitazioni imposte dal Covid-19. Un antagonismo che per i più si manifesta riappropriandosi della notte, intensificando ed esasperando le forme aggregative come la movida, acquisendo modi di comportarsi, di parlare, di vestire, di acconciarsi che allarghino il gap con il mondo adulto, o con il mondo “tradizionale” . Ma che per molti altri invece deve arrivare ad uno scontro ideologico, a volte frontale, con le regole, con le istituzioni, quasi una sorta di sfida simile alle challenges (le sfide più pazze e pericolose) esibite sui social. Che gusto ci sarebbe, che identità generazionale e ideologica si rafforzerebbe se fossero chiesti i permessi, se fosse versata una caparra, se fosse previso un preventivo modulo di iscrizione, se fosse chiesto un biglietto, se vi fosse il controllo dell’ordine pubblico alla base di un raduno rave? Dove andrebbero a finire lo spontaneismo e l’antagonismo di un raduno del genere, dove la stessa musica contribuisce a “rompere” con le grammatiche e le sintassi della tradizione rock?
Non è escluso che gli organizzatori facciano le cose per bene; che soffochino situazioni troppo pericolose, che offrano varie forme di assistenza ai convenuti; che invitino a non eccedere in alcuni comportamenti, che raccolgano persino le immondizie. Ma su diecimila persone bastano venti “pecore nere” per creare confusione, soprattutto se il clima, la cultura che permea il raduno si costruiscono su alcuni eccessi, sulle forme più eccentriche della spontaneità, sul rifiuto delle regole.
Che le autorità nazionali e locali si facciano trovare “sorprese” da un evento che raduna migliaia di giovani camperisti su roulotte, automobili e tir che convergono tutte in uno stesso posto non è tollerabile. Ha ragione chi dice che alla stessa stregua poteva riunirsi un campo di miliziani armati, di qualunque orientamento politico sovversivo. Ciò significa che le istituzioni non hanno studiato abbastanza il fenomeno rave, un fenomeno contemporaneo forse pericoloso quanto i bitcoin, il terrorismo e la cybercriminalità. Ma attenzione: proprio perché è un problema legato alla cultura e ai meccanismi della nostra società complessa, non è un fenomeno che basta reprimere, ma che va osservato, studiato, interpretato, prevenuto.
La saggezza delle forze dell’ordine locali nell’affrontare con prudenza la vicenda del Lago di Mezzano può essere lodata, perché la mediazione ha ridotto al minimo gli effetti collaterali più drammatici; ma non può diventare il modus operandi istituzionale verso i rave party. Che vanno prevenuti e impediti non solo e non tanto per i danni materiali subiti dai privati, ma per il segnale di debolezza che le istituzioni offrono: che il sig. Rossi debba compilare dieci moduli, che debba pagare una tassa, che debba aspettare sei mesi per poter alzare un muretto nella sua proprietà e che debba attenersi a dei parametri ben precisi può essere segno di legalità; ma se nel frattempo altri fanno il loro comodo nelle proprietà altrui, magari creando anche danni, e poi se ne vanno tranquillamente, diventa una forma di sperequazione morale, politica, culturale e amministrativa del tutto inaccettabile.
Allo stesso tempo, mentre si comprende lo sgomento e l’indignazione degli amministratori locali, lasciati soli di fronte al problema, meno giustificabili appaiono i lamenti di certi politici che si limitano ad inveire e a chiedere i più drastici provvedimenti, fino a mobilitare l’esercito. Costoro – da governanti o ex governanti – non si sono mai curati di chiedersi il perché di queste manifestazioni (che non sono né di destra, né di sinistra, beninteso…), con l’intento di fare proposte concrete, prendendo atto che si tratta di problemi strutturali, culturali e generazionali che non possono essere ignorati o cancellati con un assestato colpo di spugna.
Francesco Mattioli
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