Viterbo – “M’ha puntato la pistola alla testa e poi m’ha detto: ‘Mo’ t’ammazzo!”. Alessio Paternesi è pittore e scultore, un artista viterbese che si è fatto valere anche a livello internazionale. Fu lui il principale testimone dell’uccisione dei carabinieri Pietro Cuzzoli e Ippolito Cortellessa da parte dei terroristi di Prima linea, l’11 agosto 1980 a Ponte di Cetti, Viterbo, al confine con Vetralla, a pochi chilometri dalle terme di San Sisto, dove oggi c’è l’imbocco della trasversale, e in piena campagna.
Sono gli anni di piombo, Paternesi ha 43 anni e ha già esposto le sue opere in manifestazioni importanti. Il giorno in cui uccisero i due carabinieri, faceva ritorno da Ferrara dove aveva visto, per conto della provincia, una mostra di Sebastian Matta. Tant’è che l’11 agosto del 1980, si ferma a Ponte di Cetti per prendere un caffè e fare una telefonata al presidente della provincia Marcello Polacchi.
Viterbo – Ponte di Cetti – Alessio Paternesi
I telefoni, 41 anni fa, stavano in un angolo del bar oppure in piazza, dentro a una cabina. Erano a gettoni, diversi dalle monete. Occorreva averli oppure procurarseli, in cambio di lire. E, in caso di panico, non è proprio come stare al cellulare. Il gettone cade rischiando pure di rotolare via. Dietro, persone che parlano, giocano a carte, bevono e stanno a pochi palmi da te che parli al telefono e spesso devi chiedere di ripetere a chi sta dall’altra parte.
Ponte di Cetti – Uccisione di Pietro Cuzzoli e Ippolito Cortellessa – Una foto d’epoca
11 agosto 1980. E’ passato da poco mezzogiorno. Paternesi entra al bar, passa in mezzo ai terroristi che stanno seduti al tavolo, prende un caffè e va subito verso il telefono per informare Polacchi. Sebastian Matta è un artista importantissimo e ciò che resta del surrealismo in Europa. Dopo essersene andato dal Cile ha scelto come residenza la Tuscia, Tarquinia, dove ha lasciato diverse opere. In Italia sono gli anni della lotta armata e della strategia della tensione. Stragi, attentati e scontri, all’ordine del giorno. Alla fine, tra il 1969 e la fine degli anni ’80, si conteranno oltre 500 morti. Nel 1980, il compromesso storico non c’è più, Aldo Moro è stato ucciso dalle Brigate rosse due anni prima e nel 1979 il partito comunista ha visto calare i suoi consensi, per la prima volta nella sua storia. Dopo l’exploit, ma non lo sperato sorpasso sulla Dc, del 1976. A livello internazionale la tensione è fortissima. In Cile, Argentina e tutta l’America latina avanzano le dittature fasciste dell’operazione Condor, contrariamente invece all’Europa dove cadono i regimi portoghese e franchista in Spagna, con i partiti socialisti un po’ in tutti i governi dei paesi comunitari. I due blocchi, sovietico e statunitense, sono però di nuovo ai ferri corti per la questione dei missili Cruise. E il nuovo decennio, quello degli anni ’80, si apre tra mille dubbi e centinaia di incertezze. Tuttavia, è chiaro che non è più come dieci anni prima. Prevale ora un profondo senso di sconfitta da parte dei movimenti che avevano attraversato gli anni ’70, mentre le piazze si svuotano per il “riflusso” e nelle piazze cominciano a circolare i primi consistenti quantitativi di eroina. In un contesto come questo la lotta armata, che aveva preso piede in Italia qualche anno prima, diventa ancora più feroce e spietata.
“L’11 agosto 1980 – racconta Paternesi – tornavo da Ferrara per la mostra su Matta. Una volta a Viterbo mi sono fermato a Ponte di Cetti, al bar dove c’era il telefono e una piccola finestra affacciata sul piazzale dove sono stati uccisi i carabinieri. Stavo al telefono con il presidente della provincia Polacchi per dirgli come era andata la mostra su Matta. E ho visto tutto. A quel punto ho chiamato le forze dell’ordine dicendogli momento dopo momento tutto quello che stava avvenendo a pochi passi da me. A un certo punto iniziò la sparatoria. Quattro assassini. Prima l’aggressione, poi gli spari e infine l’uccisione dei carabinieri”.
Il racconto di come sono andate le cose lo fa anche uno dei terroristi di Prima linea, Michele Viscardi, alla procura di Bergamo nell’ottobre del 1980, dopo essere stato catturato a Sorrento pochi giorni prima. E’ il terrorista ferito da un colpo d’arma da fuoco durante la colluttazione con i carabinieri Cuzzoli e Cortellessa qualche istante prima che fossero uccisi.
“I terroristi – prosegue Alessio Paternesi – quando sono arrivato, erano seduti alla porta d’ingresso con una borsa subacquea che probabilmente erano piene di armi. Tutti vestiti eleganti con la camicia bianca. Sono passato in mezzo, ho preso il caffè e ho chiamato Polacchi”. Al tavolo c’erano Sergio Segio, Michele Viscardi, Maurice Bignami e un “romano”. Il gruppo dirigente di Prima linea che in quegli anni stava tendando di mettere radici nella capitale.
Viterbo – Ponte di Cetti – La commemorazione di Cuzzoli e Cortellessa
Il bar dove Paternesi è entrato l’11 agosto 1980 oggi è chiuso. Accanto ce n’è un altro, molto simile. E’ di Daniela Calderone, Lucignolo Bar, dal 1985. Parte esterna, piccolo ingresso, bancone e tavolini addossati al muro. In più, 41 anni fa, lì accanto, dove entrò Paternesi e prima di lui i terroristi, c’erano anche un telefono a gettoni e una piccola finestra che dava sul piazzale. Quando successero i fatti e partirono gli spari, l’artista viterbese stava lì col telefono in mano a parlare con Polacchi. Per poi attaccare subito e fare il numero delle forze dell’ordine. Al di là, oltre ai terroristi e ai carabinieri, una piazza piena di gente. Chi stava al bar e chi allo spaccio vicino, chi tornava o andava al lavoro, chi affacciato alla finestra e chi, come quelli di Prima linea, in attesa dell’autobus diretto a Roma. Contadini, studenti, casalinghe, lavoratori. Gente di passaggio e persone che si preparavano per andare al mare, in una domenica d’agosto dedicata anche, nelle campagne attorno, alla preparazione della conserva, col fuoco sotto ai fusti neri e le bottiglie di vetro a mollo. Attorno alla Cassia, che taglia in due Ponte di Cetti, sono solo oliveti, ortaggi, terra secca e sole a picco. Qualche ora prima, a Viterbo, c’era stata la rapina alla Banca del Cimino del Pilastro, da parte di Prima linea. La voce s’era già sparsa, ma ancora non si sapeva chi fossero gli autori.
Diversi testimoni raccontano che prima degli spari ci sono stati lunghi istanti sospesi, con uno dei due carabinieri che pare abbia detto ai terroristi di abbassare le armi e di non peggiorare la situazione.
Viterbo – I funerali di Cuzzoli e Cortellessa
Dopo i colpi e l’uccisione dei carabinieri, uno dei terroristi probabilmente si accorge di Paternesi al telefono con le forze dell’ordine. Entra nel bar e va dritto verso di lui. “Mi punta una pistola alla testa – continua Paternesi – e mi dice: ‘mo’ t’ammazzo’. Io ero naso a naso con lui. Gli guardavo dentro le pupille, convinto che a un certo punto mi sparasse in testa. Siamo andati avanti così per diversi istanti. Poi ha deciso di non spararmi. Ha preso le chiavi della mia macchina e sono scappati con quella”. Attimi di sospensione, anche in questo caso. Occhi contro occhi, che si fissano e diventano di legno. Un particolare che ornerà pure dopo, al processo che si svolgerà a Viterbo, al tribunale di piazza Fontana grande dove negli anni precedenti c’erano già stati il primo processo alla camorra, 1911 banda Cuocolo, e di fatto il primo dove si parlò apertamente di mafia. Il processo alla banda Giuliano, e a Gaspare Pisciotta innanzitutto, all’inizio degli anni ’50. Raccontato poi nel 1962 dal regista Francesco Rosi nel film Salvatore Giuliano.
Viterbo – Ponte di Cetti
Paternesi ricorda anche che durante la sparatoria all’interno del bar dove stava telefonando, c’era anche “un turista sulla cinquantina. Con i pantaloncini corti. Questa persona, presa dal panico e dalla paura, si mise a spingere con la testa contro il muro. Come se volesse passare dall’altra parte”.
I componenti di Prima linea che uccisero i carabinieri Cuzzoli e Cortellessa vennero tutti arrestati e condannati. Si sono poi pentiti o dissociati, beneficiando degli sconti di pena. Prima linea e la lotta armata in generale venne invece distrutta negli anni successivi. Pietro Cuzzoli e Ippolito Cortellessa sono medaglie d’oro al valore militare e ogni anno, come pochi giorni fa, città e carabinieri gli rendono omaggio a Ponte di Cetti con la deposizione di una corona e una messa solenne il giorno in cui sono stati uccisi. Con loro, quasi tutti gli anni, c’è sempre anche Alessio Paternesi.
Viterbo – Ponte di Cetti – Alessio Paternesi
“Al processo di piazza Fontana grande – continua a raccontare Paternesi – io ero il testimone più importante. Avevo paura. Anzi me ne ero proprio andato da Viterbo. Temevo rappresaglie da parte di Prima linea. Inoltre, nei giorni successivi al duplice omicidio, sono stato interrogato più volte e a lungo. Perché all’inizio la domanda fu pure: perché le chiavi le hanno prese proprio a lui? Ero un artista, un giovane, un professore. Devo ringraziare la stampa di allora, soprattutto Alessandro Vismara, che in quei giorni non solo hanno evitato di fare il mio nome, e questo per i timori che avevo nei riguardi dei terroristi, ma hanno battuto molto sulla mia onestà e il mio ruolo”.
Quando il terrorista di Prima linea puntò la pistola alla testa di Paternesi, Alessio Paternesi non sapeva nemmeno chi fosse. Lo aveva soltanto visto far parte di un gruppo di uomini vestiti bene che qualche istante prima erano seduti al bar a prendersi un caffè con accanto una borsa da subacqueo e qualche istante dopo sparare e uccidere due carabinieri. Secondi e istanti fotografici velocissimi, che poi fissano la memoria su pochi particolari. Per l’artista viterbese, uno su tutti. Le pupille di chi in quel momento gli diceva: “mo’ t’ammazzo”. Con l’obiettivo, pienamente riuscito, di terrorizzare, lasciando segni e seguiti indelebili nella vita di una persona. Chi resta in vita dopo aver visto morire un altro. E nel caso di Paternesi, l’11 agosto del 1980 poco dopo mezzogiorno, ha anche una pistola premuta sulla tempia e il sospetto che pure lui stia per essere ucciso perché ha visto e raccontato tutto alle forze dell’ordine dalla finestra del bar col telefono a Ponte di Cetti. Alla fine gli portano via solo la macchina, che ritroverà, come Paternesi stesso ha detto, “mesi dopo, piena di sangue”. Black out, e infine la memoria che torna, propio al processo.
“Ho riconosciuto la persona che mi aveva puntato la pistola alla testa – conclude infine Paternesi – durante il processo. Dagli occhi. Ed era proprio lui, quel fijo de ‘na m……a lì. Come dissi anche a processo, puntandogli il dito, pieno di paura”.
Daniele Camilli
Multimedia: Fotocronaca: La messa alla chiesa di Santa Maria delle Farine – Ponte di Cetti – La commemorazione di Cuzzoli e Cortellessa – Video: Il ricordo di Alessio Paternesi
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