Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Gianluca Cerci sul museo della macchina di santa Rosa – Finalmente! Chi mi conosce sa che sostengo da anni quest’idea e ora che ne parla anche l’ideatore della macchina, nonché ex facchino, forse qualche ragionamento concreto se ne potrà fare. Va comunque reso merito al buon Silvio Cappelli che, in questi anni, è stato uno dei pochi a portare avanti e riproporre questo progetto.
Sgomberiamo da subito il campo da fraintendimenti per non urtare la ragionevole sensibilità dei viterbesi e dei facchini in particola modo: l’esposizione della macchina e il trasporto della stessa sono cose ben diverse, in un certo senso incommensurabili. Il trasporto rievoca fede, partecipazione, tradizione, è in altre parole qualcosa divenuto connaturale all’essenza stessa della “viterbesità”, che, ovviamente non può trovare soddisfazione nella mera esposizione della macchina. È convinzione tuttavia, a questo punto condivisa, che quest’ultima possa rappresentare un formidabile elemento per lo sviluppo turistico della città. E le due cose posso stare insieme, senza dover pensare che la seconda possa togliere emozione, poesia e sacralità alla prima.
Proprio ieri abbiamo indirizzato degli americani, ospiti di una nostra piccola struttura ricettiva, a vedere la macchina, di cui ignoravano l’esistenza. Ne sono rimasti affascinati, benché non possano aver sperimentato il pathos e l’emozione che avrebbero provato prendendo parte al trasporto.
La macchina esposta in maniera permanente può aver una duplice valenza. Da un lato essa può divenire elemento iconico che contraddistingua con immediatezza la città, rendendola immediatamente riconoscibile e semplificando e amplificando l’attività promozionale (come ad esempio la torre per Pisa, il duomo per Orvieto, l’arena per Verona, piazza del Campo con il palio a Siena).
D’altra parte la macchina può diventare non solo una attrattiva per i turisti che possono tutto l’anno vederla concretamente, ma fulcro di un itinerario cittadino che conduca il visitatore attraverso un esperienza complessa a conoscerne tutta la storia, il folklore e la fede che la permeano, coinvolgendo il museo dei facchini, l’intero percorso lungo il quale si potrebbero rappresentare accadimenti particolari che l’hanno coinvolta, il santuario di santa Rosa, il monumento dei facchini e, perché no, immaginare un museo, magari agli Almadiani, con una riproduzione in scala delle macchine passate.
In un certo qual modo, senza voler essere blasfemo, la nostra amata Rosa, potrebbe fare ancora una volta il miracolo di far rifiorire la città.
Mi auguro che l’intervento di Raffaele contribuisca ad aprire un serio dibattito e che qualche politico avveduto inizi a pensare di trasformare queste idee in un progetto realizzabile.
Gianluca Cerci
– Raffaele Ascenzi: “Sogno un museo della macchina con Gloria pronta a partire tutto l’anno”
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