Arlena di Castro – (sil.co.) – Moglie 19enne picchiata e segregata in casa con la figlioletta che proprio in questi giorni ha compiuto un anno, resta in carcere il marito trentenne.
Lo ha deciso il tribunale del riesame, rigettando la richiesta di un alleggerimento della misura cautelare anche per i suoceri, conviventi della coppia, colpiti invece dall’allontanamento dalla casa familiare di loro proprietà. La vicenda, i cui protagonisti sono tutti originari del Marocco, si svolge ad Arlena di Castro, dove vive una nutrita comunità venuta in Italia un po’ alla volta negli ultimi venti anni dalla stessa località del paese nordafricano.
“Farmacia di Arlena”. Così la presunta vittima, che non parla una parola di italiano, ha detto al telefono ai carabinieri, chiamati verso le 18 dello scorso 26 giugno, senza poter aggiungere altro, ma facendo capire che si trattava di una disperata richiesta di aiuto.
I carabinieri della compagnia di Tuscania sono corsi ad Arlena di Castro dove hanno trovato ad aspettarli, nei pressi della farmacia, una ragazza con una bambina di appena dieci mesi in braccio, a detta sua segregata in casa dal marito e dai suoceri, che per impedirle la fuga l’avrebbero privata dei documenti, minacciando di rispedirla in patria.
Il 2 luglio, al termine di indagini lampo coordinate dalla pm Chiara Capezzuto, per il marito sono scattati gli arresti ed è stato condotto nel carcere di Perugia con l’accusa di maltrattamenti in famiglia e sequestro di persona in concorso con i genitori, mentre per i suoceri, di 56 e 44 anni, è scattato l’allontanamento dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento alla vittima.
Durante l’interrogatorio di garanzia del 6 luglio, secondo il difensore Luigi Mancini, è emersa una verità diversa rispetto a quella prospettata dagli investigatori. Il trentenne, sentito assieme ai genitori alla presenza di un interprete, sarebbe scoppiato in lacrime, temendo che la moglie e la figlioletta, in seguito alla denuncia, fossero state rimpatriate. In realtà la donna e la bambina, visti anche i recenti fatti di cronaca nazionali, sono state trasferite d’urgenza presso una comunità protetta, in attesa che venga fatta piena luce sulle circostanze che l’hanno spinta a chiedere soccorso ai carabinieri.
In base all’ordinanza emessa dal gip del tribunale di Viterbo, il marito e i suoceri conviventi l’avrebbero costretta a vivere “in uno stato di totale assoggettamento, impedendole di uscire di casa se non per sottoporre a visite mediche la figlia, e solo se accompagnata dalla suocera”.
Un inferno che sarebbe iniziato a ottobre 2019, quando la giovane sposa sarebbe giunta daMarocco a Arlena di Castro, nel cui piccolo centro storico vive una comunità araba di una trentina di persone, tra cui donne e bambini, provenienti tutti dalla stessa località del paese nordafricano e per lo più imparentati tra loro. La diciannovenne, dopo la nascita della piccola, ad agosto dell’anno scorso, sarebbe stata tenuta segregata in casa, potendo uscire solo in compagnia della suocera per portare la figlia dal pediatra e a fare le vaccinazioni. Le avrebbero inoltre tolto i documenti, lasciandole solo il permesso di soggiorno in Italia.
Si legge nell’ordinanza che l’avrebbero costretta “ad attendere da sola a tutte le faccende di casa, a cucinare, oltre che per il nucleo familiare, per numerosi parenti che frequentavano abitualmente l’abitazione, ingiuriandola quotidianamente con espressioni quali ‘ somara, puttana, figlia di puttana e percuotendola”.
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