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Ricordi - Tra la fine dell'800 e inizi '900 abitavano l'edificio oggi abbandonato vicino al cimitero di San Lazzaro

La famiglia di Loreto e Teresa Grazini, gli inquilini del casale del Pellegrino

di Vincenzo Ceniti
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Viterbo – Amarcord sul casale che si trova a a Viterbo a due passi dal cimitero di San Lazzaro, ingabbiato in un vortice di strade, aiuole e  rotonde, tra stop, precedenze e megastore, nel versante nord della città verso Montefiascone.


Loreto Grazini

Loreto Grazini


E’ di antico lignaggio, forse del XVI secolo, al tempo della riforma agraria del 1525, come la maggior parte di quelli che facevano da sentinelle rurali alla nostra città. Se ne contavano una ventina con i rispettivi poderi.

Non credo che abbia mai avuto un nome. Lo chiameremo pertanto casale del Pellegrino, dal momento che fino a quando era in vita aveva sempre un letto pronto e una minestra per i pellegrini di passaggio lungo la Cassia.

Da alcuni anni s’è ammutolito ed è rimasto solo, senza anima, abbandonato e mal ridotto in attesa di un restyling che speriamo arrivi presto, come è stato fatto per il portale di accesso al podere, spostato di sana pianta per agevolare il traffico veicolare.

Il casale venne fatto ristrutturare dalla famiglia Savini – Cristofori probabilmente subito dopo il 1860, come presidio contadino di un vasto campo a oliveto la cui villa padronale si trova tuttora nella parte alta del Barco, presso le caserme della Cimina, dove oggi vive Teresa Savini, simpatica amica di gioventù. Da notare alcune affinità architettoniche tra la villa Savini e il casale in questione, soprattutto nelle crociere delle volte del soffitto a pianterreno.  

Inizialmente era composto di un blocco centrale non molto grande, ancora oggi presidiato dai resti di un grande comignolo, terminale fumoso di un camino interno a parete che d’inverno riscaldava tutto e tutti. Cucina spaziosa a livello del terreno, dal cui soffitto pendevano rocchi di salsicce, grappoli d’uva zibibbo e di pomodoretti dell’orto, serti di aglio e cipolle, se non addirittura trance di lardo, ventresca e prosciutti stagionati. Al piano superiore la camera da letto, collegata con una scaletta interna di legno. Al di sopra il granaio (usato anche come fienile) e la colombaia.


Teresa Grazini

Teresa Grazini


Spazi sufficienti a ospitare i due primi inquilini dopo la ristrutturazione, Loreto Grazini (1842-1928) e sua moglie Teresa. Lui imponente, mite, onesto lavoratore, col viso ornato da una barba bianca, fervente cristiano, devoto alla Madonna (Loreto: nomen omen). Lei meno mite, donna di casa, pratica, segnata da ruvida sapienza contadina, burbera quel tanto da gestire con mano ferma la casa, la cassa e il marito con figli e nipoti.

L’oliveto che sorgeva attorno era uno spettacolo a vedersi. Sono rimasti alcuni esemplari di quegli alberi, rare testimonianze di una selva olivastra d’argento andata purtroppo distrutta. Chilometri di filari di olivi che sembravano allineati con la squadra, tanto erano a filo retto. Se ti mettevi di fronte alla prima pianta non vedevi le altre, poiché  ordinatamente impallate. Oggi si direbbe un oliveto specializzato che faceva invidia e da esempio ai proprietari dei campi limitrofi.

Dal patriarca Loreto (detto nonno Oreto) e Teresa crebbe una famiglia numerosa di figli, nuore, generi e nipoti la cui presenza si faceva sentire e vedere soprattutto la sera, quando dopo cena ci si riuniva intorno al camino a dire il rosario, come comandava il nonno. Ma non solo litanie e giaculatorie in rigoroso latino maccheronico, ma anche racconti di storie, a volte paurose, di fantasmi e briganti che acceleravano l’abbiocco dei più piccoli per il provvidenziale arrivo dell’angelo custode.

I primi a rallegrare la casa furono i due figli Salvatore e Nazzareno (morto a soli 33 anni), le cui figlie Annetta e Nazzarena da giovinette andarono a servizio addirittura a Pegli (in Liguria) a casa del futuro sindaco di Viterbo Felice Mignone: è un particolare curioso e poco conosciuto. I nuovi arrivi trovavano spazio grazie agli ampliamenti del casale, con l’aggiunta di volta in volta di vani, scale esterne, ballatoi, cessi, camini, secondo una logica architettonica spontanea ma funzionale.

Si nasceva e si moriva lì dentro, con l’ausilio di mammane per il parto e di preti per l’estrema unzione. Uno di questi, don Alceste, dette anche lavoro a una delle ragazze, inserendola nella squadra delle cosiddette “signorine”  impegnate nelle attività parrocchiali di San Leonardo.

Vita e lavoro erano duri e gravosi, ma venivano accettati con devozione e rassegnazione. Al suono delle campane di Mezzogiorno portato col vento dai campanili di Viterbo, tutti fermi a recitare l’Angelus. Per i giovani in età scolare c’era l’impegno mattutino di lunghe camminate su strade polverose e fangose per raggiungere la scuola rurale in contrada Pantanese, oltre la ferrovia lungo l’attuale Teverina. Gli scuolabus non erano ancora stati inventati.

Per qualche compravendita di bestiame o di attrezzi agricoli nei centri limitrofi, c’era pronto il calesse trainato dalla cavallina Dora. Si racconta che una sera, di ritorno da Montefiascone, Salvatore s’appisolò strada facendo e fu Dora a ritrovare la strada di casa.

Nei campi si coltivava il grano con macchine rudimentali che sollevavano solo in parte il lavoro dell’uomo. Spazio a patate, granturco, fave, all’orto, alla stalla dei buoi dagli odori acri e irripetibili, alla porcareccia, al “gallinaro”, alla rimessa degli attrezzi e all’aia, dove si battevano i legumi a ritmo di nenie e filastrocche e si improvvisavano attività ricreative nelle ricorrenze “ricordatore”: trebbiatura, vendemmia, uccisione del maiale, o quattro salti al suono della fisarmonica.

Da una parte il forno dalla bocca unta, annerita e profumata per arrosti e fragranti pagnotte di pane fatte lievitare nella madia. Qualche problema per i bagni, l’acqua corrente e la luce, almeno negli ultimi anni dell’Ottocento. Sotto il casale era scavata la cantina non solo per botti e bigonci, ma pure per la conservazione delle derrate. Un pozzo a vento aiutava a prelevare l’acqua del pozzo alimentato dal fosso Rianese. Sullo sfondo un paesaggio esclusivo fatto di Cimino e Palanzana in parte ancora godibile.

E i menu? Alla contadina, come tradizione comanda. Dal “callarone” sempre appeso sul fuoco del camino usciva di tutto: acquacotta, minestroni di verdura, polenta, minestre col battuto di maiale, lenticchie, patate cui andavano aggiunti fette di prosciutto, forme di cacio, salsicce, costarelle di maiale, agnello e polli al forno, piccioni allo spiedo, olive secche e in salamoia e via mangiando. Ma solo a Pasqua, Natale e Capodanno o tutt’al più in alcune domeniche.     

La famiglia di Loreto Grazini restò nel casale fino agli anni Trenta del secolo scorso. Loreto morì nella sua camera da letto nel dicembre del 1928. Aveva 86 anni. Gli subentrarono altri contadini.

Successivamente la tenuta venne donata dalla famiglia Savini alle suore dell’istituto del Buon pastore, per poi essere utilizzata intorno al Duemila ad altri usi.

Il casale è ancora lì, senza più voce, ammutolito, a testimoniare una Viterbo contadina che non c’è più. Che farne? Ci viene da pensare ad un ostello per i pellegrini della Via Francigena.

Vincenzo Ceniti


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11 ottobre, 2021

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