Francesco Mattioli
Viterbo – Ho avuto l’opportunità di scambiare qualche opinione con Giorgio Nebbia, anni prima – credo una trentina – che scrivesse il suo “La società dei rifiuti”. Era ancora molto “politicizzato”, allora, e nei suoi ragionamenti la vis politica talvolta eccedeva rispetto al discernimento scientifico; tuttavia mi colpì l’intuizione, allora ancora in discussione, che il futuro della società industriale sarebbe stato determinato in gran parte dalla capacità di gestire i rifiuti, destinati a crescere in modo esponenziale in ragione dello sviluppo della produzione di beni e merci e del loro crescente consumo. Erano gli anni in cui si cominciava a guardare con raccapriccio alla formazione di isole di plastica galleggiante negli oceani, come quella che sarebbe diventata poi il Pacific Trash Vortex, l’immane raccolta di rifiuti – per lo più plastica- che galleggia nell’Oceano Pacifico e che oggi pare sia estesa quasi quanto la Spagna. Ma tra i rifiuti si viveva già allora – e oggi forse di più – anche nei territori più poveri della Terra.
È vero. La società contemporanea del XXI secolo produce una enorme quantità di rifiuti, tantissimi scarti. Il mondo intorno a noi è pieno di rifiuti come non lo era appena cinquant’anni fa. Li trovi ovunque; per le vie dei centri storici, nei parchi, lungo le arterie automobilistiche, e non si tratta solo di cartacce e bottigliette di plastica o vetro incautamente lasciate lì da qualche individuo incivile, ma anche di mobili, materassi, fino ai materiali pericolosi, agli scarti industriali mal gestiti o irresponsabilmente celati nelle aree meno accessibili.
I rifiuti sono diventati un business come tanti altri: per chi li raccoglie, per chi li tratta, persino per chi li vende e per chi li acquista. Se ne è appropriata anche la mafia, basti pensare alla Terra dei Fuochi.
Ovviamente, la società dei rifiuti ha tentato di provvedere; innanzitutto attraverso la produzione crescente di materiali riciclabili (altro business…) e la raccolta differenziata; poi, con l’individuazione di discariche controllate; poi ancora con centrali in grado di eliminare i materiali generando energia.
Ma non tutto gira nel modo giusto. Le discariche consumano e inquinano suolo e ne distruggono la produttività, per non parlare dell’aria. Non è un caso che siano situate lontano dai centri più densamente abitati; non sono come un impianto eolico o fotovoltaico, del quale si può al massimo discutere l’impatto estetico sul paesaggio, ma non se ne può negare il bisogno e l’utilità. Le discariche inquinano e imputridiscono la terra e l’aria, sono pericoli che producono vere e proprie servitù per le popolazioni che vi vivono accanto. È vero, ci sono paesi europei che non hanno discariche; bruciano tutto in centrali particolarmente evolute e persino si arricchiscono con questo riciclaggio. Ma anche le alternative tecnologicamente più moderne come i gassificatori e i termovalorizzatori sono altrettanto rischiosi per l’ambiente e i suoi abitanti.
L’Environmental Protection Agency, che si occupa di tali problemi, ha elaborato una sorta di piramide/gerarchia del trattamento dei rifiuti, che vede all’estremo basso la discarica, al secondo gradino gli inceneritori, di varia specie, al terzo il riciclo e il compostaggio dei prodotti, e in cima la soluzione migliore – che sta a monte del problema – cioè la riduzione fino all’azzeramento di prodotti in grado di rilasciare rifiuti e scorie non riutilizzabili. Nel mondo – e segnatamente in Italia – non siamo ancora entrati compiutamente nelle due fasce superiori, specie in quella apicale. Anzi…
Certo, la raccolta differenziata aiuterebbe. Ma non è sufficientemente praticata e, soprattutto, non cresce abbastanza la produzione di materiali riciclabili. Il problema dei rifiuti peraltro attanaglia chi consuma di più, e quindi le metropoli più popolose; per rendersene conto basta farsi una passeggiata per Roma, ma anche Parigi e New York non scherzano…
Insomma, la gestione dei rifiuti caratterizza e caratterizzerà la nostra società in modo crescente e diventerà un impegno sempre più pervasivo, fondamentale per la convivenza e per la sopravvivenza umana. Pur senza concedere alcuno spazio alla “decrescita felice”, che è solo uno stolido ribaltamento luddista della storia, è quindi necessario progettare uno sviluppo sostenibile, responsabile e rispettoso dei diritti e delle vocazioni delle persone e dei territori. Ed è già oggi uno degli impegni più pressanti di un governo, di una regione, di un sindaco, tanto quanto la sanità, l’educazione, l’occupazione o la cultura. Rassegniamoci all’idea: oggi la “monnezza” è un aspetto fondante della nostra esistenza, tanto quanto la giustizia o la musica…
Ciò premesso, volgiamoci alle questioni che ci riguardano da vicino.
A seguire lo schema dell’Epa, l’aumento di volume della discarica viterbese significa semplicemente ingrossare la soluzione più retrograda e pericolosa del trattamento dei rifiuti. Ma c’è di più. Non si tratta solo di continuare a stoccare nella Tuscia rifiuti urbani maleodoranti o inquinanti, provenienti da altre province e addirittura dalla Capitale. Ora si aggiunge la questione, altrettanto drammatica (se non di più), del coinvolgimento del Viterbese nella individuazione di un deposito di scorie e di rifiuti radioattivi, che si producono anche quando si fa a meno delle centrali nucleari, e che restano potenzialmente rischiosi per almeno un secolo.
Anche qui, la localizzazione sembra mirare alle aree periferiche, specie se di alto valore paesaggistico. Vi accennò Nebbia, nel nostro breve incontro, discutendo allora di rifiuti e discariche. Perché discariche, depositi radioattivi e inceneritori si preferisce situarli dove c’è minor “rischio”: quindi dove la densità demografica per km quadrato è bassa, dove il territorio è così baciato da Dio dall’essere scarsamente soggetto a fenomeni sismici e idrogeologici, insomma dove la natura rivaleggia ancora con l’Uomo.
La Tuscia sembra quindi il luogo ideale non solo per discariche e inceneritori vari, ma anche per depositi radioattivi!
Foreste, boschi, campagne, infrastrutture limitate, bassa densità demografica, paesaggi poco frequentati dall’Uomo e poco edificati in virtù dei tanti vincoli storici, archeologici, naturalistici. Se andate a scorrere i criteri per localizzare un deposito di scorie radioattive, noterete che vi è anche citata la bassa presenza di infrastrutture e quindi di agglomerati urbani. Così, paradossalmente, se lotti vittorioso per scoraggiare un progetto di superstrada che potrebbe danneggiare l’ambiente naturalistico, crei le condizioni ideali per impiantare una discarica radioattiva… Il paradosso sta nel fatto che diventa appetibile un territorio come la Tuscia, dove c’è un’alta distribuzione di siti storici e naturalistici protetti dall’Unesco e una proliferazione di produzioni agricole IGP e DOP!
Dove sta l’errore? Nel fatto che le carte siano scritte da tecnici del ramo ingegneristico, attenti a indicatori di carattere fisico e statistico-demografico, al massimo economico, ma che appaiono piuttosto sprovveduti per quel che riguarda le dinamiche storiche e socioantropologiche, insomma lo “spirito” dei popoli. O fin troppo attenti a opportunismi di carattere politico-teritoriale…
Che la Tuscia sia bersagliata da chi vuole imporle sempre maggiori oneri, mentre è trascurata quando si tratta di infrastrutture di servizio ai cittadini locali (linee ferroviarie, compreso il ridicolo balletto sulla Tav a Orte; raddoppio della Cassia, trasversale) qualcosa vorrà dire. Provincia derelitta dell’Impero? Paradosso di un effetto NIMBY (not in my back yard) a senso unico in favore delle grandi città metropolitane zeppe di elettori? Vittima sacrificale dell’impotenza della politica locale di potersi far valere, vista l’iniqua sproporzione in consiglio regionale fra rappresentanti delle province e rappresentanti della Capitale? Di un ambientalismo che ha guardato più il dito degli impianti eolici e fotovoltaici, che vedere la luna del trattamento dei rifiuti?
Difficile a dirsi.
La “società dei rifiuti” avanza; dovrebbe trasformarsi nella società del riciclo, della produzione consapevole di materiali che non rilasciano scorie inutilizzabili, dello sviluppo territoriale virtuoso, con l’aiuto di tecnologie sempre più avanzate. Ma nel frattempo genera figli e figliastri.
Certo, dalle nostre parti la cultura ambientale non è un gran che, altrimenti i turisti non starebbero a fotografare i materassi lasciati in giro per le vie medievali di Viterbo. Ma le minacce che provengono dalla regione esigono risposte ferme, unitarie, scevre da contrapposizioni ideologiche di parte, e che vanno rivendicate a livello nazionale, anche in toni fortemente mediatici.
E sia anche chiaro: “temo i greci anche se portan doni” cantava Virgilio raccontando la diffidenza di Laocoonte verso il Cavallo di Troia lasciato in bella vista sulla spiaggia dinanzi a Troia…. Quindi nessuna regalìa in cambio del rischio; lo dobbiamo ai nostri figli e ai nostri nipoti.
La “monetizzazione del rischio” è già stata condannata nella storia del lavoro e del sindacato, dai tempi di Mestre fino a Taranto. Non vorrei che rifiorisse nella storia del paesaggio.
Francesco Mattioli
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