Viterbo – “Oltre 160 mila euro in mano al comune di Viterbo da mesi, ma la casa rifugio per le donne vittime di violenza ancora non si fa”. Marta Nori e Carla Centioni sono del centro antiviolenza di Viterbo che lo scorso fine settimana ha soccorso due donne. Una di queste, in serio pericolo di vita, ha avuto non poche difficoltà a trovare un punto fermo, spostandosi da una camera d’albergo all’altra. Tre camere, in quattro giorni. Questo perché la casa rifugio ancora non c’è. E questo succedeva lo scorso fine settimana, lo stesso in cui nelle campagne di Castel Sant’Elia Ciriaco Pagliaru ha ucciso a sangue freddo la moglie Anna Cupelloni che si voleva separare.
Non solo, ma pare che la casa rifugio ancora non ci sia perché l’edificio individuato dal comune risulterebbe occupato abusivamente. Cosa di cui il comune sarebbe a conoscenza dall’inizio dell’estate.
Viterbo – Marta Nori e Carla Centioni del centro Penelope
Casa rifugio a Viterbo. Non c’è, e ancora non c’è luce. Nonostante ve ne sia bisogno e pure estremo, come ribadito anche da alcuni consiglieri comunali. “Quando abbiamo inaugurato il centro antiviolenza – raccontano Carla Centioni e Marta Nori – chi era presente ci ha assicurato che nel giro di un mese, un mese e mezzo, la casa rifugio sarebbe stata aperta. Da allora, di mesi ne sono trascorsi più di sei. Il centro è stato infatti inaugurato a marzo di quest’anno”.
Marta Nori e Carla Centioni fanno parte di due degli enti gestori del centro antiviolenza Penelope di via della Pettinara 4 a Viterbo. Il centro è stato aperto a marzo. L’8, per l’esattezza. Festa delle donne. E a tagliare il nastro c’erano il sindaco Giovanni Arena e le assessore regionale, Alessandra Troncarelli, e comunale, Antonella Sberna. Il centro è sostenuto economicamente da un finanziamento messo a bando dalla regione Lazio. Bando vinto a Viterbo da una partnership tra comuni e associazioni con il comune di Viterbo a fare da capofila.
I comuni che fanno parte del centro sono in tutto 14. Bomarzo, Celleno, Soriano, Vitorchiano, Canepina, Capranica, Bassano in Teverina, Oriolo, Vetralla, Acquapendente, Blera, Orte e Bassano Romano. Gli enti gestori sono invece l’associazione Kyanos, la cooperativa sociale Prassi e ricerca e Ponte Donna.
Viterbo – Il centro antiviolenza Penelope
Il finanziamento regionale prevede due tipi di sostegno. “Uno – spiegano Nori e Centioni – di 65 mila euro, per il centro antiviolenza. Un altro, di circa 160 mila euro, per la casa rifugio. Sono finanziamenti annuali, che possono essere messi a bando oppure prorogati. Ma non possono essere non spesi. Ed è quello che sta succedendo a Viterbo. Il centro antiviolenza è stato aperto. La casa rifugio no. E se la casa rifugio non viene aperta, oltre alle conseguenze sulle donne che oggi ne avrebbero invece estremo bisogno, il rischio è anche quello che al momento di un nuovo bando o di una proroga, il comune di Viterbo non venga più preso in considerazione”.
Perché la casa rifugio non è stata ancora aperta? Quali sono state le difficoltà? “Il comune di Viterbo – rispondono Marta Nori e Carla Centioni – ha individuato uno stabile a Santa Barbara. Ma la casa è stata occupata e il comune non trova un’altra soluzione. Una situazione che il comune conosce già dall’inizio dell’estate. Una situazione che, poi, deve per forza risolvere il comune. Perché è il capofila. Se potevamo affittare uno stabile per conto nostro, lo avremmo già fatto. Venti giorni dopo l’apertura del centro antiviolenza lo avevamo trovato uno tramite agenzia. Ma la regione Lazio ci ha bloccato dicendoci che questo aspetto può passare solo attraverso il comune”.
Viterbo – Carla Centioni del centro Penelope
Nel frattempo che il comune prenda una decisione, in sei mesi di attività il centro antiviolenza Penelope di via della Pettinara a Viterbo (0761.1563229, centroantiviolenza.penelope@gmail.com) ha già preso in carico 72 donne. Di queste, 15 sono state messe in sicurezza perché correvano serio pericolo di vita. “Sono numeri molto alti per un centro come il nostro che non ha una storia alle spalle – fanno notare Centioni e Nori -. Di solito hai un grosso afflusso quando si sa che lì c’è un centro operativo già da tempo. Tra le persone prese in carico, ma che non sono state messe in sicurezza, ci sono anche diverse donne che, in attesa della separazione, vivono ancora con il marito”.
Viterbo – Marta Nori del centro Penelope
Cosa significa non avere ancora una casa rifugio. “Significa che dobbiamo contare sulle camere d’albergo e sulle altre case rifugio in regione, quando ci sono posti disponibili. Altrimenti è un problema. Lo scorso fine settimana – raccontano poi Nori e Centioni – abbiamo messo in sicurezza due donne. Una di queste andava messa in sicurezza nell’immediato. Non poteva più restare a casa sua. Siamo state costrette a cambiare posto ogni notte perché la pericolosità era veramente tanta. Nel giro di 4 giorni abbiamo dovuto cambiare tre alberghi”.
Viterbo – Il centro antiviolenza Penelope
“Una volta centro antiviolenza e casa rifugio – aggiungono poi Nori e Centioni – erano una sola cosa. Anzi, il concetto di casa rifugio non esisteva. C’erano i centri antiviolenza e basta dove si faceva accoglienza e si dava ospitalità alla donna che aveva subito violenza. Adesso sono due percorsi distinti. Al centro si rivolgono anche donne che sono in attesa di separazione dal marito oppure donne il cui ex marito non vuole rispettare quanto pattuito davanti al giudice. Il centro fa soprattutto un lavoro di accoglienza fornendo tutta una serie di servizi gratuiti, dall’ascolto alle consulenze fino alla mediazione linguistica e culturale”.
“La casa rifugio – concludono Nori e Centioni – è il luogo dove si ospitano le donne in situazioni di pericolo. Si ospitano donne e figli. Con loro si fa un lavoro di messa in sicurezza e un progetto per il percorso di uscita dalla violenza”.
Daniele Camilli
– “Ennesimo femminicidio, si apra subito la casa rifugio”
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