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Viterbo - Intervista ad Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli uccisi durante la resistenza - FOTO

“Sono comunista e credo negli ideali di mio padre… ricordo la mia casa bruciata dai fascisti”

di Daniele Camilli
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Viterbo – “Io sono comunista e credo negli ideali di mio padre e dei suoi fratelli”. Adelmo Cervi è figlio di Aldo, nipote di Alcide. I sette fratelli Cervi, fucilati dai fascisti per rappresaglia alla fine del 1943. Il suo primo ricordo: “la mia casa bruciata dai fascisti, che la mia famiglia stava risistemando”. Adelmo Cervi l’altro giorno stava al Cosmonauta di Pianoscarano, circolo Arci. “Viterbo antifascista incontra Adelmo Cervi”. Organizzata dall’Arci di Marco Trulli e dall’Anpi di Enrico Mezzetti. Prima ancora un’intervista nel cortile del circolo. “Senza però darci del lei – precisa subito Adelmo Cervi -. Il lei è reverenziale, si dà ai potenti. E io non sono un potente. Preferisco il tu”. In mattinata, Adelmo Cervi ha fatto anche visita al liceo classico dedicato al partigiano viterbese Mariano Buratti ucciso a Roma alla fine del mese di gennaio del 1944.


Viterbo - Adelmo Cervi

Viterbo – Adelmo Cervi


Adelmo Cervi, quale è il tuo primo ricordo?
“Il primo ricordo che ho è quello di una casa bruciata dai fascisti. Una casa che la mia famiglia stava risistemando. C’era anche una stalla in aggiunta che era stata fatta allungando la casa natia. La casa era nata con una stalla e un civile. Poi la mia famiglia fece un altro portico con un’altra stalla e una nuova concimaia. La stalla la utilizzarono per nascondere gente e armi durante la guerra. La casa da cui sono stati portati via mio padre e i suoi fratelli nel 1943. Quando i fascisti vennero a prenderli ci fu una sparatoria. Ma le armi erano poche perché tutte le altre erano nascoste. Sapevano che poteva esserci una perquisizione da un momento all’altro. I fascisti sapevano qualcosa dell’attività partigiana della mia famiglia”.

Una casa, quella della tua famiglia, che è stata anche punto di riferimento di grandi capi partigiani e altri provenienti da diverse parti d’Europa. Ad esempio, per quanto riguarda i primi, Dante Castellucci, Facio, e Tarassov dell’Armata rossa…
“Dante è stato ucciso nel ’44, fucilato dai suoi compagni che poi gli diedero la medaglia come se fosse caduto in combattimento. Ma così non è stato. Venne fucilato con l’accusa di aver rubato dei pezzi di mortaio lanciati dagli alleati e destinati ai partigiani. Non era così, ma venne ucciso lo stesso. Poi, più tardi sarà riabilitato. Tarassov l’ho conosciuto e abbiamo stretto amicizia. Il gruppo partigiano di mio nonno era un gruppo internazionalista. Sono passate decine e decine di persone da tutta Europa. Una volta casa Cervi ospitò più di venti persone tutte quante insieme. Era una casa di latitanza. Durante la guerra erano poche. Venivano da 100 chilometri di distanza. Le persone venivano nascoste nel fienile, all’interno di botole scavate all’interno. Nessuno poteva pensare che all’interno di un fienile potevano nascondersi delle persone”.

Chi ti ha parlato per la prima volta di tuo padre?
“La risposta non esiste. Non mi ricordo né di mio padre, né di chi me ne ha parlato per la prima volta”.

Tra i fascisti non ci proprio nessun ripensamento nell’uccidere 7 fratelli tutti quanti insieme?
“Non aspettavano altro che l’occasione. E l’occasione gli fu data quando vennero ammazzati dei gerarchi fascisti. Ci sono tante storie. Si dice anche che mio nonno abbia detto: ‘dopo un raccolto ne viene un altro’. Ma non è detto che sia stato così. Magari ha influito la poesia stessa di Calamandrei dedicata a mia nonna Genoeffa”. 


Viterbo – Adelmo Cervi al Cosmonauta di Pianoscarano


Che ricordo hai di tuo nonno Alcide? Che uomo era?
“Era un uomo energico e al tempo stesso mite. Mi piacevano i suoi racconti. Ogni volta aggiungeva qualcosa. E io ascoltavo sempre volentieri. Anche le storie che avevo sentito. Sembrava sempre la prima volta. Raccontava poco invece della vicenda dei suoi figli. Mi ha parlato della loro preoccupazione per tutto quello che stava accadendo durante la guerra e dopo l’8 settembre. Mi ha detto anche che è stato mio padre a portarli sulla strada della resistenza e della lotta armata contro il fascismo e l’occupazione nazista. I cervi erano contadini, mio padre era segretario dei cattolici del paese, mio nonno era della confraternita. Antifascisti come tanti, ma non militanti, e lontani da ogni idea di socialismo e comunismo. Fu mio padre a diventare militante negli anni ’30 quando andò a fare il militare. Finì in carcere ingiustamente, a Gaeta. E il carcere è stata la sua università politica. Fu lì che si legò agli ideali della rivoluzione d’ottobre in Russia e agli ideali di giustizia e di lotta allo sfruttamento. Gli ideali comunisti”.

Cosa ti raccontava tuo nonno di tuo padre?
“Mi raccontava poco, molto poco. Di mio padre, poco mio raccontava mia madre perché lei stessa lo aveva visto poco. Poco mi raccontavano gli altri perché il mito li aveva chiusi soltanto in quella dimensione. Io ho saputo poco di mio padre e dei suoi fratelli. So che mio padre era diventato comunista e alcuni fratelli l’hanno seguito, senza essere così poi tanto decisi. Mio padre entrò nel partito clandestino formando i primi gruppi nella zona dove abitavamo. E questo già negli anni ’30, appena tornato da fare il militare. Nel 1933, quando diventa militante rivoluzionario del partito comunista clandestino a tempo pieno. A coprirlo sono i fratelli e gli altri contadini. Nessuno poteva sapere se mio padre era in un posto o da un’altra parte a fare propaganda politica. Stampavano l’Unità clandestina e i manifesti da portare in giro. Le azioni militari nascono durante la guerra partigiana”. 

C’è mai stato pentimento nella tua famiglia per la scelta fatta da tuo padre e dai suoi fratelli?
“No. Prima non ti saprei dire. So solo che mio padre e i suoi fratelli discussero nottate intere per la scelta da fare. Nottate durante le quali mio padre gli parlò di cosa era il fascismo, di quello che vedeva in giro. I contadini all’epoca erano isolati, non avevano informazioni. E le informazioni arrivavano in questo modo, con il passaparola. I contadini dovevano lavorare come delle bestie. Molti di loro non sapevano né leggere né scrivere. I paesi attorno o non lo capivano oppure il fascismo gli andava bene”.

La tua famiglia ha mai pensato di vendicarsi con le persone che ordinarono e con quelle che eseguirono la fucilazione di tuo padre e dei suoi fratelli?
“Mio nonno Alcide – ha raccontato Adelmo Cervi alla sala – conosceva bene quelli del plotone d’esecuzione. E sarebbe bastata veramente una sua parola per scatenare una vendetta. Glielo proposero, ma mio nonno rispose non erano stati uccisi per essere vendicati. Sarebbe stata la storia a giudicare, oppure un tribunale. I miei figli, aggiunse poi mio nonno Alcide, non hanno dato la vita per essere vendicati. Hanno dato la vita per un mondo nuovo e di giustizia . Un mondo che non si costruisce sparando addosso agli altri”.


La famiglia Cervi

La famiglia Cervi


Quale è stata la vita di Adelmo Cervi?
“Io ho fatto il contadino fino a vent’anni. E poi a vent’anni ho fatto la scelta di andarmene. Non avevo un terreno mio che potevo lavorare. Ero al servizio di altri. La casa dove vivevo, subito dopo la guerra, è stata messa in vendita dal padrone fascista che voleva cacciare la mia famiglia dalle sue proprietà. Una volta che me ne sono andato di casa, ho fatto l’operaio per alcuni anni. Sono stato anche in Unione sovietica. Da lì me ne sono dovuto andare perché non gli piaceva il mio modo di ragionare. Sono stato poi nella compagnia di burattini di Otello Salvi, un compagno d’armi del gruppo partigiano di mio padre. In Unione sovietica mi aveva invitato Tarassov, anche lui parte della banda Cervi. Per mio nonno Alcide, Tarassov era come un altro figlio. Quando venne in Italia a trovare la mia famiglia dopo la fine della guerra, rimase impressionato dal fatto che la famiglia Cervi stava tutta nei campi a lavorare. A me nessuno ha detto, una volta finite le elementari, se avevo voglia di studiare. Ero destinato ai campi. In casa Cervi, tutti i maschi hanno fatto fino alle elementari. Le mie sorelle e le mie cugine hanno fatto anche tre anni di avviamento professionali. Ma le donne nella società contadina contavano poco. Anche se studiavano, poi tornavano a fare le casalinghe. Quando mi dicono che non ho studiato perché non ne avevo voglia, ecco, questo non è vero. Quando da piccolo tornavo a casa da scuola, subito dopo andavo a lavorare nei campi. Nessuno controllava se avevo fatto i compiti oppure no. Abbiamo dovuto tirare la cinghia dalla mattina alla sera. Non è che la casa dove ho vissuto da bambino io l’amassi molto. Da bambino non capisci che la situazione che stai vivendo è per colpa dei fascisti. Lo capisci dopo. Non lo capisci da bambino. Nella vita ho fatto anche l’autista e il metalmeccanico. Non mi si sono aperte molte strade. Negli ultimi vent’anni ho lavorato nella società dei servizi a Reggio Emilia. E questo mi ha garantito mille euro di pensione al mese, che sto attento a gestire”.


Viterbo - Adelmo Cervi

Viterbo – Adelmo Cervi


Importante in questi anni anche il tuo impegno a difesa della Costituzione italiana. Secondo te, cosa ne resta in piedi, soprattutto dopo gli ultimi 30 anni?

“La Costituzione che è sempre stata bistrattata. Pretendere che la potesse applicare uno come Berlusconi, tanto per citarne uno degli ultimi trent’anni, era veramente paradossale. Berlusconi avrebbe difeso i suoi interessi, così come ha fatto”.

E prima di Berlusconi, durante la cosiddetta prima Repubblica, la Costituzione è stata applicata?
“No. La Costituzione avremmo dovuto applicarla seriamente immediatamente dopo la guerra. Prima di Berlusconi la costituzione non è stata applicata. Berlusconi ha poi colpito la parte che non gli interessava”.

E secondo te la sinistra in tutto questo che responsabilità ha avuto?
“Questa cosa mi mette un po’ in difficoltà. Io parlo per quello che ho vissuto e i risultati che abbiamo avuto. Quello che mi sento di poter dire. Personalmente credo che non ci sia stato l’impegno ad attuarla anche da parte di chi l’ha firmata. Una buona parte dei costituenti sono andati in parlamento ma non mi risulta che abbiano fatto tante battaglie per far applicare la Costituzione. La Costituzione, per tanti, è passata in secondo piano”.

Anche per il Partito comunista?
“Sì, anche per il Partito comunista. Per il Pci la Costituzione non era la cosa più importante da applicare. L’obiettivo era il socialismo, quindi la carta costituzionale era un qualcosa di passaggio. Se veniva bene, altrimenti era solo di passaggio. E questo lo dico perché l’ho vissuto. Questo ha rappresentato un errore pesante, perché la Costituzione era la risposta più giusta da dare alla società italiana. Libertà, sanità, parità dei diritti, scuola e istruzione pubblica. Invece abbiamo ancora uno sfruttamento bestiale. Questo vuol dire che la Costituzione è stata usata come faceva più comodo”.


Viterbo - Marco Trulli, Adelmo Cervi e l'artista Pasquale Altieri

Viterbo – Marco Trulli, Adelmo Cervi e l’artista Pasquale Altieri


Che ne pensi invece dell’emergenza Covid? 
“Non esprimo giudizi sulle cose che non conosco. Pensò però che sulla vicenda ci siano posizioni diverse che hanno scatenato una guerra tra poveri a favore di qualcuno che ne trae vantaggio ed interesse. Io ho fatto il vaccino e vedo che da quando è partita la vaccinazione sono calati molto i morti e la pandemia sembra essersi arrestata. Vedo anche che dove non si vaccina si continua a morire. E’ difficile debellare questa malattia senza fare niente”.

Il movimento contro il green pass si rifà anch’esso ai valori costituzionali. Tu che ne pensi?
“Intanto in quel movimento si sono infilati dei fascisti bastardi e quindi è meglio lasciar perdere perché dopo mi arrabbio solo di più”.

Quindi la tua è solo arrabbiatura?
“No, credo anche che dietro a questo movimento si muovano delle forze politiche fasciste che ne stanno facendo un gioco politico e che del green pass non gliene frega niente”.

Qualcuno che conosci ha aderito al movimento contro il green pass?
“Sì, ho degli amici che lo hanno fatto. Ho anche un’amica che ha fatto di questa sua adesione una mezza malattia. Pensa che i vaccini ci stiano rovinando, così come il green pass. Ma sono conoscenze che gli ha trasmesso qualcuno. Non sono le sue. La cosa impressionante è che per il green pass si vada a devastare la camera del lavoro della Cgil a Roma. Questo mi farà sempre dire che ci sono troppi bastardi fascisti al suo interno. E non posso stare con gente che usa la violenza per i diritti. I diritti te li conquisti portando avanti delle battaglie. Altrimenti dovremmo dire che siamo in una dittatura. Ma non siamo in una dittatura. Ci sono ancora le istituzioni democratiche. Poi se funzionano bene è un’altra cosa. Le battaglie si portano avanti discutendo e dicendo la propria, non imponendola. Se tu vuoi cambiare, non devi creare un movimento che va a far casino in piazza, ma devi convincere la gente”.


Viterbo - L'incontro con Adelmo Cervi al Cosmonauta

Viterbo – L’incontro con Adelmo Cervi al Cosmonauta


Cosa hai pensato quando c’è stata la svolta della Bolognina e la fine del Partito comunista?
“Eh… l’ho vissuta male. E penso che abbiamo pagato un prezzo pesante. Quando ti cade un muro addosso, come quello di Berlino, quello che è successo a Occhetto, poi fai fatica a ragionare. Il problema c’era. Intanto dovevamo svegliarci prima, quando abbiamo detto sempre sì all’Unione sovietica. Anche se il Pci non era sempre d’accordo. L’imperialismo è una carogna, da chiunque viene fatto. Anche se era di stampo sovietico. Però quando attaccano il Pd, che non è il mio partito, senza farne parte, mi arrabbio. Dire che gli altri non capiscono niente e basta, è sbagliato. Costruiamo allora qualcosa di alternativo. Il capitalismo non è la soluzione, il sol dell’avvenire non è arrivato, ma c’è ancora qualcosa che non quadra”.

Secondo te, quelli del Pd sono ancora “compagni e compagne”?
“Il Pd non è una cosa unica, anche se è più un partito di centro e meno di sinistra. Ma nel corso dei miei giri ho incontrato tanti militanti del Pd e devo dire che molti di loro sono dei compagni che fanno le mie stesse battaglie. Restano nel Pd perché a volte si devono fare delle scelte con quello che c’è. Penso infine che il Partito democratico sia un partito con cui fare i conti, perché è una forza politica importante del nostro paese. Penso che ci sia bisogno di una sinistra che abbia i numeri e che non sia litigiosa”.

Senza più nemmeno uno spazio per la “rivoluzione”?
“Sì, ma per fare la rivoluzione si deve prima fare qualcosa. Allora cominciamo a fare tutti i giorni un piccolo gesto di giustizia a chi ne ha bisogno. Una piccola battaglia. Ma fare la rivoluzione col culo seduto sulla macchina non cambia molto. E non hai nemmeno il diritto di gridare molto. Perché le vittime vere non gridano”. 

In cosa crede oggi Adelmo Cervi, a più di 70 anni dalla resistenza e con gli ideali di partigiani e comunisti che non fanno più parte del dibattito pubblico?
“Io sono comunista e credo negli ideali di mio padre e dei suoi fratelli. Credo negli ideali di giustizia e contro lo sfruttamento. I principi fondamentali del comunismo che poi sono stati rovinati da Stalin. Sono comunista per gli ideali di mio padre e di tanti altri combattenti. Penso poi che la dittatura del proletariato sia la soluzione. Forse un tempo se ne poteva discutere. Oggi serve un movimento di sinistra che tenga conto della realtà, ma sia sempre al fianco di chi ha bisogno di aiuto. Penso che la Costituzione sia il volano per unire tutte le persone oneste che vogliono portare avanti battaglie di giustizia e di diritti. Penso infine che le cose si cambiano poco alla volta, militando seriamente. Serve una società giusta che dia diritti a chi non ne ha. In nome anche di chi ha combattuto per tutto questo”.

Daniele Camilli


Fotogallery: Adelmo Cervi al Cosmonauta

– Adelmo Cervi: “Mio padre non vi applaudirebbe se sapesse che qui avete un giunta di destra…”


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25 ottobre, 2021

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