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L'opinione del sociologo - Una riflessione su certo ambientalismo e certa salvaguardia del territorio

I vincoli della sovrintendenza sull’area termale hanno risvolti inquietanti…

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli


Viterbo – Al di là di una posizione ambientalista coraggiosamente battagliera che mette in guardia da uno sfruttamento intensivo delle risorse del pianeta, oggi possiamo constatare che la crescita della società industriale avanzata è costellata di problemi e di contraddizioni.

Su un punto occorre essere chiari. Non si torna indietro; nel senso che non si può tornare ad una economia contadino-artigianale, che appartiene ad un passato in cui gli abitanti della Terra erano meno di un decimo degli attuali, la vita media durava poco più di trent’anni e tre quarti della popolazione più che vivere sopravviveva alla mercé della Natura; senza contare che quel tipo di economia favoriva l’assolutismo, l’oligarchia e la monarchia, e la soluzione dei problemi sociali era affidata all’uso della forza.

Tuttavia, nonostante lo sviluppo negli ultimi due secoli dell’industrialesimo e pur in presenza di un impressionante miglioramento quantitativo e qualitativo dei consumi, della qualità della vita, della salute, della partecipazione e della giustizia sociale, della cultura e delle varie forme di comunicazione, oggi noi abbiamo un problema di compatibilità tra crescita e salvaguardia dell’ambiente in cui viviamo.

Di qui, l’elaborazione del concetto di sviluppo sostenibile, che opera innanzitutto sull’adozione di energie rinnovabili, sul riuso delle materie prime, sul controllo dei rifiuti, sul passaggio ad una economia e ad una logica produttiva di stampo terziario piuttosto che secondario e quindi sulla difesa di risorse naturali altrimenti in continuo depauperamento.

Ma tutto ciò comporta discussioni. A parte coloro che sono preda di incontrollabili forme di luddismo (come accade agli esponenti della cosiddetta e famigerata “decrescita felice”) e a quelli che portando avanti con troppo ardore l’impegno di difendere l’ambiente gettano – come si dice – con l’acqua sporca anche il bambino, è necessario ricorrere ad argomentazioni più meditate, che vadano oltre un acritico e ardimentoso “politicamente corretto”.

L’ambiente in cui vive l’uomo non da oggi è sconvolto. E’ accaduto seimila anni fa con l’urbanizzazione, ma soprattutto con una deforestazione di dimensioni bibliche, sia per uso energetico (legna da ardere), sia per uso di materia prima, sia e forse soprattutto per creare terreni di coltivazione estensiva, specie di cereali e di foraggio. E’ accaduto con le cave di materiali da costruzione a cielo aperto, con la costruzione di strade, di porti, di dighe. Non da oggi, né da ieri, ma da un altroieri che ci spinge fino al neolitico.

Tanto per dire, se uno solo immaginasse l’area dove oggi sorge la Viterbo storica come era tremila anni fa, forse dovrebbe farsene una vaga idea percorrendo i valloni e le forre dell’area più selvaggia della Selva di Malano…

Parlare di “consumo di suolo” è quindi pericoloso; si rischia di guardare il domani con gli occhi e lo spirito rivolti ad uno ieri più leggendario e romantico che realistico. E’ consumo di suolo punteggiare la campagna di impianti fotovoltaici ed eolici? O non è piuttosto il male minore per mantenere gli attuali consumi energetici senza impoverire la Terra e senza inquinare? E’ consumo di suolo creare infrastrutture che consentono di diminuire i consumi legati agli spostamenti sul territorio? E’ consumo di suolo dare seguito all’inevitabile evoluzione delle stesse strutture urbane e alla loro disposizione sul territorio, che favoriscono una migliore integrazione tra centro e periferia, tra aree produttive e aree residenziali?

Mi sia consentito un paradosso. Oggi noi, certo giustamente, ci preoccupiamo che una pala eolica non si stagli sul profilo di un castello medievale o di una abbazia posti in cima ad una amena collina. Ma nel XIII secolo, siamo sicuri che quelle due costruzioni non avevano “deturpato” il profilo naturale di quella collina, che per costruirle non era stata ampliata una cava di tufo o di pietra serena che a sua volta si era mangiata un’altra lussureggiante collina? Dice: ma il castello è bello; l’abbazia è bella; la pala eolica no. Beh, a parte che nel medioevo un castello più che bello doveva essere utile e che il campanile dell’abbazia doveva svettare affinché i viandanti ne conoscessero l’ubicazione di lontano, con quale principio estetico neutrale lavoriamo giudicando un’opera meccanica?

Così, anche il concetto di paesaggio, troppo legato ad una visione romantica ottocentesca che rabbrividiva di emozioni di fronte ad un rudere immerso nella boscaglia e ignorava la moderna bellezza di un boulevard fiancheggiato da ombrosi tigli, ha forse bisogno di una salutare rinfrescata. Il paesaggio del Bel Paese non è necessariamente solo quello di un quadro di uno Chauvin… oggi può esserlo anche un laghetto artificiale di scolmo (ce ne sono tra le Dolomiti) e un parco eolico marino o collinare.

Perché poi nascono tanti problemi altrimenti irrisolvibili.

Il recupero urbanistico dei centri storici. Per trattenere gli abitanti nel nucleo della città, per garantire ad esso una continuità identitaria e non fare del centro un deserto. Un problema enorme, che si sta allargando drammaticamente e che viene affrontato spesso con molta demagogia e scarso senso della storia e soprattutto delle dinamiche sociali della postmodernità.

E’ un tema delicatissimo e complesso, che coinvolge non solo i rapporti tra centro e periferia, non solo le nuove identità urbane delle periferie, ma anche i sistemi di produzione, i servizi, i consumi, gli stili di vita, le rappresentanze sociali, le dinamiche della partecipazione e dell’inclusione, i destini dei beni culturali.

Di certo, come recita la canzone dei Dik Dik, “non si può fermare il vento, non si può fermare i tempo”: certe zone residenziali e commerciali sono facilmente raggiungibili e garantiscono più spazio; e le nuove abitazioni sono più comode, più luminose, più accessibili, più “verdi”, più facili ed economiche da riscaldare o rinfrescare rispetto a quelle – antiche o vecchie – del centro storico. Viterbo? Bello abitare un antico palazzetto medievale: un po’ meno riscaldarlo, mantenerlo integro secondo i dettami della sovrintendenza, viverlo quotidianamente ricavandone un ascensore e un garage, raggiungerlo il sabato sera se è in zona pedonale… E se poi non è di valore storico o estetico… Succede ovunque, anche a Roma, a Milano, a Verona o a Palermo, spesso persino a due passi dalle aree monumentali.

Tutto ciò crea interrogativi e contraddizioni. Negli spazi di qualità, che nessuno può abitare, per preservarli vengono ricavate “sale conferenze” e “sale mostre”, quasi che ve ne fossero una mezza dozzina al giorno e contemporaneamente. In altri immobili storici si insediano uffici e biblioteche che tuttavia si possono raggiungere quasi soltanto a piedi, perché non c’è un accesso automobilistico libero, non c’è un parcheggio e neppure un servizio pubblico efficiente (cioé con passaggi al massimo ogni quarto d’ora: non tutti sono runners o hanno una mattinata intera…). Ma attenzione, non ci sono solo gli spazi dei centri storici di qualità; intanto perché c’è quello che si è modernizzato in forme anonime (a Viterbo dopo i bombardamenti, ad esempio), e poi perché oggi il centro storico si è di fatto allargato al di là delle mura civiche, del perimetro più antico, e coinvolge anche spazi urbani divenuti storici con il tempo, come i viali sorti tra fine ottocento e metà novecento (si pensi a Viale Trieste o ai Cappuccini, con le loro villette liberty). In questi casi possono essere commessi i peggiori delitti. A via Matteotti, nell’area dell’ex Biblioteca e quasi dirimpetto al Colle di S. Francesco e alla Rocca Albornoz è sorto un palazzone di edilizia popolare per il quale dispenso il lettore dagli aggettivi adatti. E c’è di peggio: il singolare Castel Firenze, quasi coevo del protettissimo quartiere liberty Coppedé a Roma, è stato distrutto per far spazio ad un palazzo moderno e senza cuore. Ma così si è risparmiato suolo… Nel frattempo, nei luoghi vincolati o costrittivi del centro, chiudono i negozi, si dirada la vita pubblica quotidiana, si creano percorsi turistici obbligati che depauperano ulteriormente la vita sociale urbana (come nel caso di Via Mazzini) o si creano ghetti di marginalità e impunita devianza (come a S. Faustino…).

Ma torniamo al consumo di suolo. Il caso dei vincoli della sovrintendenza all’area termale presenta risvolti inquietanti. Si deve essere d’accordo nel vietare l’edilizia residenziale in un’area termale e archeologica singolare e poco nota, che si allunga dai resti delle Terme romane del Bagnaccio alle Masse di S. Sisto e si allarga fino a Castel d’Asso. Ma questa è un’area in cui la vigilanza è mancata (gli scassi agricoli si sono ripetuti continuamente), il degrado dei monumenti è evidente, la fruibilità turistica è inesistente, quasi che all’agricoltura tutto sia permesso ma una utilizzazione terziaria moderna, pur ecocompatibile, crei diffidenza e necessiti di un surplus di controllo… Parco archeologico e termale? Sarebbe cosa buona e giusta, ma s’intende: il consumo di suolo ci sarà; le strutture ricettive e quelle di servizio, gli accessi, i parcheggi, i percorsi turistici attrezzati lo esigono.

Forse occorre una più matura e attenta valutazione complessiva delle cose e, soprattutto, una dinamicità operativa che non penalizzi la città, ma ne valorizzi al meglio le risorse; nel rispetto dell’ambiente, del futuro, ma anche delle potenzialità inespresse di un territorio spesso vittima della distratta superficialità e dell’incuria dei burocrati e dei demagoghi, oltre che dei suoi abitanti e dei suoi amministratori.

Francesco Mattioli


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2 ottobre, 2021

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