Vetralla – Riceviamo e pubblichiamo – Scrivo questa lettera per chiedere preventivamente scusa ai medici che a Vetralla assisteranno i pazienti del dottor Fonti, ormai pensionato.
Vetralla – I pazienti del dottor Giuseppe Fonti gli hanno fatto una sorpresa aspettandolo fuori dallo studio medico a conclusione del suo ultimo giorno di lavoro
Chiedo loro scusa perché d’ora in poi saranno condannati ad ascoltare non solo la solita frase “Dottore, eppure su Google ho letto…” ma anche “Dottore, però a me Peppe me diceva sempre…”.
Cari medici, vi spiego la situazione.
“Mamma; babbo; chiama Peppe”. Se dovessi dire quali siano state le mie prime parole, o quantomeno quelle più pronunciate quando ero bambina, sceglierei queste tre.
Classe 1990, appartengo ad una di quelle generazioni che il pediatra, forse, non l’ha neanche mai conosciuto. Perché ho conosciuto subito quel signore con gli occhi gentili e sorridenti, a dispetto di quell’espressione spesso seria e composta.
Li ho scrutati tanto, quegli occhi, da piccola. Quelli di Peppe e quelli dei miei familiari.
Noi più giovani abbiamo imparato la fiducia nei confronti del dottor Fonti inizialmente proprio scorgendola nello sguardo apprensivo ma quieto dei nostri genitori. “Mo sentimo Peppe!”, ci dicevano, e la loro preoccupazione pareva alleggerirsi un po’.
Allora io guardavo la mamma e poi guardavo gli occhi di Peppe, mentre lo stetoscopio freddo si appoggiava a ritmo sul mio petto. Lui auscultava ed io lo osservavo concentrata su ogni minima espressione che potesse dirmi se e quanto stessi male. Poi un sorriso accennato ed il responso, detto lentamente e scandito quasi come una piccola cantilena: “Vaaaricellaaa…”.
Prescrizione, pronostico sui tempi di guarigione ed effettiva guarigione. “E’ un Super Eroe, è chiaro!”, pensavo.
Ora, immagino che per un medico sia piuttosto banale riuscire a curare una varicella o i vari malanni d’infanzia ma qui la questione va oltre.
Peppe c’era sempre. Peppe c’era con dedizione. Peppe c’era con quella disponibilità d’animo che va oltre la professionalità. Peppe, comunque, c’era pure con la sua grande abilità, spesso riconosciuta anche da ogni specialista si sia ritrovato a valutare le prime cure fornite dal medico di base prima di indirizzargli il paziente.
Peppe si è sempre occupato di tutti noi andando ben oltre quelli che potevano essere i suoi doveri. Peppe mi ha parlato come solo un padre avrebbe fatto, quando ne ho avuto bisogno e sono certa che sia così per tutti gli altri miei concittadini.
Oltretutto, cari medici, non sapete quante “malattie” si sono miracolosamente dissolte già in sala d’attesa! “A Ma’, io ho da parla’ co’ Peppe perché non me sento bene…”. “Va giù che te sistema!”
In sala d’attesa già comincio a fare mente locale e pensare a cosa mi dirà, come me lo dirà e mi sento un po’ meglio: mi conosco, mi conosce anche lui. “Pe’, non lo so, non capisco se me sento male, boh…”. Visita (quella sempre), sorrisetto, scappellotto. A posto, guarita! “E’ un Super Eroe, è chiaro”, lo penso ancora pure oggi.
Caro Peppe, io l’altra sera non ho potuto essere fuori dallo studio medico a renderti omaggio e quindi ci provo così. Sicuramente non ho centrato il punto; tutti noi, in paese, ormai ci incontriamo e sappiamo dirci solo “Ha’ visto… Peppe… pensione…” e poi ci guardiamo un po’ stralunati.
Grazie, Pe’. Grazie di tutto. Grazie per la cura che hai avuto di noi, grazie per quei consigli che ci rimarranno sempre dentro.
Ah, dimenticavo: se puoi, Pe’, non andare a fare il pescatore in Sicilia (come c’hai minacciato una volta!). Dacci il tempo di abituarci!
Ecco, cari medici. Questi siamo noi, i vostri nuovi pazienti. Voi, con noi, siate pazienti!
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