Viterbo – Ho già raccontato di quel ragazzo men che ventenne che nell’estate del 1979 si aggirava per piazza delle Erbe in calzamaglia, con il viso truccato di bianco, a regalare poesie ai passanti, e di come si mobilitarono le forze dell’ordine sconvolte da cotanta minaccia.
Ma erano altri tempi, anni di piombo; la diffidenza verso ciò che non era più che normale forse persino giustificabile…
Francesco Mattioli
Quella esibizione era parte dell’espressività del gruppo de “Lo Spigolo”, una sorta di sodalizio di “sventurati” studenti dello scientifico votati, con il sottofondo della musica rock di quegli anni, a governare il paradosso, la provocazione culturale, a far esplodere idee e lampi musicali d’ogni sorta, purché capaci di trasportare “oltre”, di infettare gli altri, come ho già avuto modo di scrivere, con la fantasia e le speranze.
Guido Landucci, Antonello Ricci, Massimo Onofri sono quelli che ricordo, perché li ho rivisti o seguiti negli anni, ma erano molti di più. Allora ero impegnato ai vertici di Radio Aelle, dove se ne dicevano e se ne facevano di ogni, e quindi mi sono sempre sentito piacevolmente (ir)responsabile (pur in piccolissima parte) delle loro ispirazioni.
In questi giorni “Lo Spigolo” festeggia quei tempi oltre quarant’anni fa; mi associo alla loro rievocazione, esitata in un libro di ricordi e in un raccolta delle loro esperienze musicali, “Lo Spigolo reloaded”. Ma devo scontare un debito nei confronti di quei ragazzi d’allora, a nome della mia generazione “sessantottina”.
Quei ragazzi infatti erano eredi di quel “siamo realisti, vogliamo l’impossibile” che avevamo cantato più o meno convintamente dieci anni prima all’università, speranzosi di cambiare la società, di farla più giusta, soprattutto più sincera.
Un debito da scontare. Perché appena dieci anni più tardi i ragazzi de “Lo Spigolo” non solo non avevano trovato la società più giusta e più sincera, ma molti di noi che li avevamo preceduti si erano trasformati negli ierofanti delle “linee” di partito, avevano persino dettato l’ortodossia del pensiero divergente, mentre taluni si erano trasformati in squallidi bombaroli e in disperati omicidi senza idee e senza futuro.
Ci sarebbero voluti altri vent’anni per elaborare un modello di “politicamente corretto” in grado di affrontare concretamente le uguaglianze di genere, la diversità culturale, le forme reali dell’inclusione sociale, soprattutto lo sdoganamento della fantasia, che pure la mia generazione aveva prefigurato già negli anni ’60, da Berkeley a Nanterre, da Woodstock a Valle Giulia.
Ma anche di questo mi scuso. Perché anche il “politicamente corretto” sta rischiando di trasformarsi nella gabbia di una ortodossia codina e sanfedista; e qualcuno lo usa persino per rivendicare la cieca libertà di sottrarsi ai doveri solidaristici e alle responsabilità collettive ai tempi della pandemia.
Certo, con l’età, con il contesto e con le conseguenti esperienze, le convinzioni e i comportamenti personali cambiano; anzi, devono cambiare. Lo Spigolo era composto da ragazzi curiosi. Di sperimentare, di cercare, attraverso quel certo cazzeggio-nonsense tipico dell’età, un più concreto significato della vita.
Oggi magari sono tutti signori seri e composti (del tipo “compagno di scuola, ti sei salvato o sei entrato in banca anche tu?” di Venditti) ma ci avevano provato e penso che alcuni – o molti – di loro si siano “salvati”; almeno dentro.
Francesco Mattioli
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