Tuscania – (sil.co.) – Ubriaco forza posto di blocco, a giudizio il padre e un carabiniere. Sono accusati di falsa testimonianza e rivelazione di segreto d’ufficio davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini.
Per gli stessi fatti, il 4 ottobre 2019, sono stati assolti con formula piena altri due carabinieri, accusati di avere falsificato l’annotazione relativa alla denuncia a piede libero per guida in stato di ebbrezza e resistenza. “I carabinieri mi hanno tirato fuori dalla macchina e preso a cazzotti in faccia”, disse al processo il figlio dell’attuale imputato.
Fatti vecchi, di nove anni fa, per i quali adesso sono a giudizio un brigadiere e il padre della presunta vittima, un giovane oggi 28enne, che la notte tra il 6 e il 7 luglio 2013, appena 19enne, dopo avere forzato un posto di controllo alla rotatoria fuori le mura della cittadina, è stato trovato con un tasso alcolemico di tre volte superiore al milite consentito.
Carabinieri
La sera precedente, un sabato, si era recato in un bar del centro storico assieme a due amici per festeggiare il diploma di maturità appena conseguito. All’uscita dalla porta del paese, invece di fermarsi all’alt, avrebbe schivato la pattuglia, rischiando di investire il carabiniere con la paletta, riusciti a bloccarlo solo speronandolo durante un rocambolesco inseguimento.
Il padre (difeso dall’avvocato Emilio Lopoi) è accusato di falsa testimonianza, di rivelazione di segreto d’ufficio il carabiniere (difeso da Paolo Pirani).
Il militare avrebbe rivelato al coimputato, amico di famiglia, che sulla vicenda esistevano due annotazioni: una prima più generica stilata nell’immediato e una seconda più dettagliata, del 10 luglio 2013, stilata dopo aver saputo che il giovane si era fatto refertare al pronto soccorso dell’ospedale di Tarquinia, sostenendo di essere stato picchiato dai carabinieri.
Il giovane, allegando la prima annotazione, ha presentato in procura la denuncia per falso contro i militari che lo avevano denunciato.
Ieri, davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini, pm Stefano D’Arma, sono stati sentiti il comandante del Norm di Tuscania, un brigadiere e i due carabinieri assolti nel 2019, i quali hanno spiegato di avere “circostanziato meglio i fatti” su richiesta dei vertici della compagnia in vista di una denuncia per calunnia nei confronti del 28enne, poi prosciolto in sede di udienza preliminare.
Il padre, che nell’immediatezza avrebbe schiaffeggiato il figlio davanti ai carabinieri, dicendo “poi a casa ti do il resto”, la mattina successiva, si sarebbe recato in caserma, facendo “pressione” per toglierlo dai guai, in quanto avrebbe avuto in ballo una domanda per entrare nell’esercito.
“Il padre era furibondo e il tono era tra il ricattatorio e il minatorio, o trattavamo oppure avrebbe denunciato i carabinieri di avere picchiato il figlio. Quando è arrivato il referto dell’ospedale con un giorno di prognosi, è stato ritenuto opportuno circostanziare meglio i fatti”, hanno spiegato i testimoni.
La seconda annotazione, che avrebbe dovuto essere l’unica, è quella col timbro tondo dell’arma e l’intestazione corretta Norm-aliquota radiomobile. La prima, che avrebbe dovuto essere stracciata, sarebbe invece quella che sarebbe stata recapitata, in forma anonima secondo la difesa, nella cassetta della posta del 28enne che, denunciato per calunnia, l’ha usata a sua volta per presentare l’esposto in procura sfociato nel processo ai due militari.
Con l’occasione è emerso un clima di veleni, vendette, rancori che avrebbe contraddistinto i rapporti tra alcuni militari all’interno della caserma e che potrebbe avere alimentato l’evolversi a colpi di carte bollate della vicenda.
Il processo riprenderà il 20 luglio per sentire gli ultimi testimoni dell’accusa.
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Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
