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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Interessante la notazione compiuta da Sergio Mancinelli sul fatto che, dati alla mano, alle elezioni amministrative di Viterbo (ma non solo), mentre diminuisce la percentuale dei votanti, aumenta il numero delle liste e quindi anche quello dei candidati.
Secondo Mancinelli non è un buon segno; si chiede infatti se questo attrarre più elettori con più liste, questo svolazzare di candidature, questa “offerta indiscriminata”, non tengano sempre più lontani gli elettori delusi. Si chiede se alla proliferazione delle liste non dovrebbe contrapporsi la più faticosa raccolta della qualità delle proposte, dei progetti e delle esperienze.
Si chiede infine se non sia il caso di ritornare alla vecchia politica, quando c’era una rigorosa selezione dei rappresentanti dei partiti.
C’è qualcosa di vero nelle preoccupazioni di Mancinelli, ma anche molto di discutibile.
Il vero: beh, certo, se un candidato sindaco si presenta con una mezza dozzina di liste, qualcosa di strano c’è, perché non si vede come coordinare e giustificare eventuali differenze.
Perché una cosa è articolare l’offerta, sulla base di alcuni criteri, e un conto è disperderla in mille rivoli, doppioni e sovrapposizioni.
Detto questo, mettere in rapporto la discesa del numero dei votanti e la crescita delle liste mi sembra una correlazione, come si dice, spuria, dove la supposta causa e il suo supposto effetto in realtà c’entrano poco fra di loro.
Lo dicono i dati di varie indagini sulle motivazioni dell’astensione e sulle nuove forme di partecipazione politica. Ad esempio, il crollo deli votanti a Viterbo si delinea con l’avvento del nuovo millennio; ma è anche il periodo di esplosione dei social, della crescita dello share dei programmi televisivi che trattano di politica.
Due aspetti che concorrono ad alzare l’asticella del livello critico dell’elettore nei confronti dei partiti. Non è forse questo il periodo in cui in Italia nasce il “partito dei social” di stampo grillino, quello che si coagula proprio intorno ad una forte contestazione delle “tradizionali pratiche politiche” invocate da Mancinelli? E che, a seguire, informa gran parte del nuovo modo di far politica dei partiti tradizionali, sempre più presenti sui social ?
A ben vedere, l’elettorato italiano per decenni è andato alle urne quasi in modo rituale; andare a votare significava essere liberi dopo tanto ventennio, prendere parte alla “democrazia”, scegliere sostanzialmente tra democrazia cristiana, sinistra e destra secondo parole d’ordine a cui l’italiano medio si era progressivamente assuefatto.
L’alternativa era frequentare le sezioni locali di partito, dove tra una intemerata contro il nemico giurato, un rafforzamento del proprio indottrinamento ideologico e qualche calcolo mirato, si faceva “partecipazione politica”; sia che ci si muovesse nelle adiacenze delle parrocchie, dei circoli conservatori o dei cosiddetti quartieri “operai”. Altri tempi.
Alla fine degli anni ’90 il sistema entra in crisi perché la gente, sempre più coinvolta dalle narrazioni dei media, a certi meccanismi non crede più. Così, la percentuale dei votanti si abbassa, perché molti di loro scoprono che anche in democrazia vi sono sistemi di potere consolidati in grado di ricattare la libertà individuale.
In tal caso, l’unico strumento per chi non è aduso alla protesta di piazza è quello di “andare al mare” la domenica del voto… Sarà un caso che la disaffezione si manifesta soprattutto fra i giovani, disillusi cronici, fra gli anziani spesso demotivati, e si estende ai self made men più diffidenti?
Peraltro, le attuali percentuali di votanti in Italia assomigliano sempre più a quelle di gran parte dei paesi occidentali che praticano una democrazia liberale, piuttosto che l’allineamento plebiscitario delle dittature.
Tuttavia è anche vero che i nostri padri hanno combattuto per offrirci la libertà di votare, perché il voto è un diritto e un privilegio: il problema allora non è negli elettori, ma nei partiti che pretendono da costoro un avallo a scatola chiusa delle loro storture ideologiche e strategiche.
Il numero delle liste c’entra poco. A Viterbo abbiamo visto consiglieri saltare in lungo meglio di un atleta olimpico, da un estremo all’altro degli schieramenti, alla faccia dei valori… Capisco spostarsi, allontanarsi criticamente da un referente politico che non dà più garanzie e perde di credibilità; succede ed è bene che possa succedere, significa non mettere il cervello all’ammasso.
E’ successo a sinistra come a destra e ha quasi sempre prodotto chiarezza e innovazione, opponendosi ai Torquemada di partito. Ma il salto della quaglia, che vede il santo saltare in braccio al diavolo e viceversa, mi sembra eccessivo. E’ questa politica opportunistica, questa rincorsa al potere personale spacciato per leadership carismatica che allontana gli elettori, appresso ai ricatti, alle contraddizioni, ai circoli degli amici degli amici, alle cointeressenze e alle impotenze.
Ha ragione Mancinelli: mancano il progetto, il valore, ma occorre girare l’obiezione ai vertici dei partiti, non agli elettori. Elettori che, come dicevo, sono cambiati nelle aspettative, nelle forme dell’attenzione, nello spirito critico, nella valutazione delle alternative, nei modi di discutere, di associarsi.
Oggi prevalgono le reti sociali che, alla faccia di chi ne parla male, sono anche un potentissimo strumento di scambio e di crescita sociale, trasversale, largo ma spesso anche profondo. E’ qui che, fra l’altro, si parla di politica; a fronte alle dinamiche della globalizzazione, dell’evoluzione culturale, dello sviluppo di nuovi problemi collettivi e di nuove vocazioni della politica. Normale talvolta che taluni usino le reti per mettersi sul mercato delle vacche; ma i più le usano come tribuna per mettersi in gioco, senza rinunce e senza deleghe al buio.
Il voto è segreto. Ma non è mica un atto innominabile da nascondere; se vivessimo in una società più matura, sarebbe un vanto votare alla luce del sole, non un rischio di compromettersi di fronte ai potenti.
E cresce il numero di coloro per i quali dire da che parte si sta diventa un vanto, un atto di coraggio, un modo assertivo di fare politica alla luce del sole, non nel buio della cabina elettorale.
Il social rivelano la nostra identità; magari a volte anche un po’ lucidata al bisogno. Ma chi è che, ad un incontro importante, non si lucida un pò? Per esempio, avete mai letto bene certi curricula? Insomma, l’alto numero delle liste, dei candidati, non deve né preoccupare, né tanto meno indurre a inorridire.
L’importante è che al loro interno vi siano cittadini di buona volontà, competenti, motivati, generosi di proposte e di speranze; se invece c’è un raccogliticcio, un presenzialismo opportunista, sarà la prova che siamo poveri esseri umani, con i nostri slanci e le nostre debolezze. Perché ci sono in giro dei pennivendoli, dovremmo lamentarci che molti scrivono? L’importante è guardare avanti e non rimpiangere i bei tempi andati, quando Berta filava, ma non sapeva perché.
Francesco Mattioli
– Nel tempo aumentano i candidati e diminuiscono gli elettori… di Sandro Mancinelli
