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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Il problema riguardante il futuro dei centri storici è oggi al centro di una approfondita riflessione che investe urbanisti, architetti, sociologi e semplici cittadini che hanno a cuore il destino della propria città e il rispetto delle tracce che la storia ha impresso nel tessuto urbano con lo scorrere del tempo.
In primo luogo però è, o dovrebbe essere, un impegno e una sfida tra le più urgenti per la politica, che è posta di fronte a scelte che sono destinate a pesare sul futuro delle città e sulla qualità della vita dei cittadini.
L’Italia, ma non solo l’Italia, l’Europa intera, è ricchissima di centri storici, più o meno grandi, più o meno importanti, ciascuno dei quali a suo modo racchiude un pezzo della nostra storia di “occidentali”; questi centri hanno resistito a rivoluzioni, battaglie bombardamenti; hanno offerto protezione e opportunità di sviluppo. Mi sembra in verità molto cinico decretarne oggi il de profundis come fa il prof. Mattioli e immaginare per essi un futuro di museo, o meglio di luna park per il divertimento del cittadino e del turista.
L’Europa ha fortemente incentivato negli ultimi anni la ideazione di programmi che si occupano di rigenerazione urbana. In Francia, ad esempio, lo stato sta finanziando studi per la rigenerazione dei centri storici, perché sono esempio di urbanità virtuosa e adatta ad accogliere la transizione ecologica. Progetti di rigenerazione dei centri storici sono stati realizzati in città importanti: Anversa, Amsterdam, Siviglia, tanto per citarne alcune.
L’importanza del recupero, della rigenerazione, del riuso del patrimonio edilizio, soprattutto se espressione di un’identità culturale e di memoria storica, trova il suo fondamento in considerazioni ambientali, sociali ed economiche: “se un luogo conserva il più possibile integro il proprio patrimonio edilizio storico senza espellerne la popolazione residente rafforza il senso di appartenenza dei cittadini e allo stesso tempo risulta fattore di attrazione per il turismo sostenibile, incentivando anche l’economia locale” (Istat, 2013).
Nei centri storici ci si può muovere a piedi o in bicicletta, si possono sviluppare trasporti ecologici collettivi o privati, laddove lo sviluppo di quartieri periferici incentiva l’uso di mezzi privati e impone la creazione di infrastrutture costose (quanto è costata, ad esempio, al comune di Viterbo la realizzazione del marciapiede del nuovo quartiere dell’Elce?).
La rigenerazione dei centri storici risponde così anche alla finalità del risparmio energetico, del contenimento dell’inquinamento e del risparmio di suolo, e può porre rimedio all’ansia costruttiva degli ultimi anni, che ha provocato danni ambientali spesso irrimediabili. Non dimentichiamo l’ultimo rapporto del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente che ha evidenziato come nella provincia di Viterbo il consumo di suolo sia più del doppio della media nazionale e addirittura il triplo di quella regionale. Dato assai preoccupante, specie se messo in relazione con l’alto tasso di motorizzazione della città (72 auto ogni 100 abitanti), uno dei più alti d’Italia.
Alla luce delle emergenze talora inaspettate, ma spesso preannunciate, che la natura, il clima, gli eventi internazionali impongono inesorabilmente, siamo così sicuri che il modello di sviluppo che abbiamo adottato dietro la spinta del neoliberismo, della globalizzazione, della tirannia dell’economia sia la scelta giusta e vincente, per il prossimo futuro? Che ci potremo in eterno permettere di consumare il pianeta nel modo sconsiderato in cui lo stiamo facendo ora? Siamo sicuri che la felicità dell’abitare sia in grandi condomini, nuovissimi e tecnologicissimi, in cui ogni individuo non è che un numero e dove una piccola rottura in un impianto può creare a decine di persone problemi spesso irresolubili? Siamo sicuri che domani saremo in grado di smaltire senza autodistruggerci tutti i materiali con cui andiamo costruendo le nostre perfette case climatiche? Pensiamo di poter continuare ad irrigare i giardini e a riempire le nostre piscine private a fronte dell’emergenza acqua che investe il pianeta? Al prof. Mattioli risulta davvero che la crescita disordinata della nostra città sia frutto di una pianificazione urbanistica equilibrata e virtuosa?
La comodità è una condizione relativa e va sempre coniugata con la disponibilità delle risorse e con il rispetto della natura e l’equilibrio ambientale. E la politica dovrebbe incentivare nella popolazione comportamenti virtuosi e non assecondare modelli di vita improntati sullo spreco e alla dissipazione.
Le case di San Pellegrino sono buie e scomode, dice il Professore, certo non tutte sono recuperabili per l’abitare e del resto i piani bassi erano destinati in origine a botteghe o magazzini e anche oggi potrebbero ospitare botteghe di artigiani, atelier di artisti, studi professionali, spazi condivisi, luoghi ricreativi. Per il resto le case antiche se restaurate con criterio hanno i loro aspetti positivi ed hanno un fascino che poche abitazioni moderne possiedono. Abbiamo a disposizione strumenti e tecnologie che possono migliorarne la vivibilità, occorre elasticità e intelligenza per coniugare antichità e modernità.
Inoltre ci sono nel nostro centro storico diversi edifici anche di proprietà pubblica (ad esempio il Palazzo dell’Abate) o privata (ad esempio le vecchie conce), che se opportunamente ristrutturati si presterebbero benissimo all’abitare, magari alla creazione di alloggi per studenti, per giovani coppie, per progetti di cohausing.
Ci sono spazi pubblici che potrebbero essere destinati a scopi culturali e ricreativi soprattutto per i giovani e gli anziani. Le strade e le piazze dei centri storici sono fatte apposta per incentivare le relazioni sociali, quando non sono totalmente espropriate ai cittadini per il vantaggio economico di pochi (vedi la proliferazione dei dehors).
Siamo d’accordo poi sull’idea che i centri storici debbano vivere soprattutto di cultura e di arte, ma guai a trasformarli in finte scenografie: la presenza di residenti è la condizione essenziale per la loro sopravvivenza.
Recentemente diverse coppie giovani si sono trasferite a San Pellegrino, e non credo che siano dei “dannati della terra” come pensa il prof. Mattioli; ciascuno ha il diritto di piantare le sue radici nel luogo che più risponde alla sua sensibilità o alle sue esigenze, il bello dell’umanità è proprio nella diversità.
Quanto ai fenomeni di marginalità e ghettizzazione, si verificano allo stesso modo nelle periferie e nei centri storici, se non si attivano strategie volte all’integrazione, specie attraverso iniziative culturali ed educative.
E per finire prof. Mattioli mi creda, in questi quaranta anni in cui ho vissuto a San Pellegrino le garantisco che non sono stata costretta a tirar su l’acqua dal pozzo, ho potuto realizzare il mio bagno (anche più d’uno), ho portato a casa la spesa fatta nei negozi di vicinato, facendo qualche rampa di scale, il che mi ha mantenuta in forma, ho riscaldato la mia casa senza eccessivi consumi, grazie ai muri di pietra, uso quotidianamente la connessione alla rete da più di 20 anni, ho chiacchierato con i vicini e goduto della gioia di incontrare in giro persone che conosco e condividono il mio modo di vivere e mi sono affacciata alla finestra a godermi lo spettacolo del tramonto sui tetti e sulla cattedrale di San Lorenzo.
Faccio parte della schiera dei romantici legati alle tradizioni? Può darsi. In una società in cui i numeri e il profitto predominano, anche un po’ di romanticismo è una forma di resistenza. E per dirla con il Marco Polo di Calvino: D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere.
Maria Elena Pierini
presidente del comitato di quartiere di San Pellegrino
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