Viterbo – Cultura, cultura, cultura. Soprattutto di questo si parla nel sondaggio Piepoli.
Una specie di chiave dorata con cui aprire le porte dello sviluppo di Viterbo. Economico, sociale, civile.
Articoli: Centro storico, cultura e gentrificazione… di Francesco Mattioli – Cultura, cultura e ancora cultura per rivitalizzare centro storico e frazioni… – Cultura, cultura e ancora cultura per rivitalizzare centro storico e frazioni…
La città possiede un patrimonio storico e culturale che è stato a lungo sottovalutato, negletto, mal gestito, spesso persino rovinato dai suoi ineffabili cittadini. Se ci guardiamo indietro, c’è da rabbrividire: ma non è che l’oggi, al di là di tante belle parole, sia tutto rose e fiori.
Eppure, oggi la cultura sembra una panacea.
Ma quale cultura? Di che cosa si sta parlando?
La cultura, nella dizione ormai consolidata da un secolo e mezzo di studi e di riflessioni, da Tylor a Frazer, da Malinowski a Levi Strauss, da Gramsci a De Martino a Tentori, è il patrimonio di valori, ideali, conoscenze, credenze, abitudini, rituali, scelte tecnologiche e produttive di un popolo, che si dipana e si evolve nella Storia. Per conseguenza la cultura non è solo arte e letteratura, filosofia e religione; ma anche modelli e stili di vita, miti e tradizioni, paesaggio, ambiente, enogastronomia, mode, tradizioni e folklore. E mentre i residenti rafforzano questo patrimonio per mantenere l’identità e l’individualità della loro comunità, i viaggiatori vengono a scoprirlo per arricchire la propria conoscenza, ammirarne la specificità e la diversità, sperimentare nuove sensazioni. La cultura è anche ampliamento dei saperi; e quindi si lega anche ai momenti formativi dei cittadini, e segnatamente dei neocittadini; la cultura è anche insegnamento, stimolo, arricchimento delle opportunità, ed è confronto con l’Altro, “scambio culturale” e dunque dialogo. Il dialogo è l’essenza stessa della socialità, della crescita sociale, morale e intellettuale delle comunità che si confrontano fra loro nella loro convivenza. Lo insegna la Storia, da millenni. Il progresso intellettuale, morale e tecnologico dell’Essere umano è sempre passato attraverso l’incontro e il confronto con l’Altro, lo scambio, il superamento delle anguste barriere fisiche e simboliche dell’orizzonte.
Purtroppo la tradizione classica in Italia ha restituito un’ idea di cultura talvolta un po’ limitata, e un tantino elitaria; arte nelle sue varie espressioni figurative, musica, teatro, letteratura innanzitutto; ma anche storia e filosofia. Solo a fatica, e grazie al mondo anglosassone, ci si è infilata di soppiatto la scienza, un poco alla volta e con molta discrezione. E infine, le forme più spettacolari della comunicazione di massa: cinema, fotografia, giornalismo. Anche qui, sottoponendole al filtro di un approccio classicista che ha applicato i suoi standard di qualità tradizionali ad ogni forma espressiva. Poi, è arrivato il folclore, la cultura popolare: ma attenzione, si è trattato di una operazione intellettuale, distinguendo con una punta di saccenteria ideologica quei messaggi che rappresentassero degnamente l’esperienza proletaria, come i riti della religiosità popolare restituiti dagli studi di De Martino o le denunce del neorealismo italiano tra cinema e letteratura.
Fatto sta che per la maggior parte delle persone, e dei policy makers, la cultura è rimasta per anni legata ad una visione tradizionale, destinata ad anime belle. fino a vent’anni fa fare cultura a Viterbo è significato organizzare un ciclo operistico di serie B all’Unione, un Festival Barocco ad esclusivo piacere degli amanti del genere, spettacoli di prosa gentilmente forniti a scatola chiusa dalla Regione e, se proprio ci scappava l’iniziativa di un singolo illuminato, una mostra di pittura. Roba da cittadina di provincia, tanto per accontentare il pupo.
Ma le cose stanno cambiando.
Già la legge 14.1.1993 n.4, detta Legge Ronchey ha sancito il definitivo superamento della concezione tradizionale di cultura maturata con il pensiero umanistico, che la intendeva come il terreno esclusivo nel quale si esercitava la persona colta, dotta e quindi capace di cogliere il messaggio e la raffinatezza di un quadro, di una scultura, di un’architettura, di un monumento o di un’opera letteraria. Si cominciò a parlare, e a dibattere, sulla necessità di sfruttare i “giacimenti culturali”, adottando un termine inusuale alle orecchie degli amanti della cultura e dell’arte, che faceva il verso a quei giacimenti petroliferi, carboniferi e di minerali rari che avevano fatto la fortuna di tanti paesi ricchi. Si diceva: “ L’ Italia non ha il petrolio per l’energia, ma possiede immensi giacimenti di petrolio culturale per il suo sviluppo”. E Viterbo ha tanti “giacimenti culturali”; semmai un po’ troppo “giacenti”…
Una delle principali conseguenze di questa svolta fu che il fattore cultura e il fattore turismo strinsero ancor più a fondo i legami che, blandamente e in forma sostanzialmente elitaria, si erano costituiti già dai tempi degli ottocenteschi “Gran tour” e avevano continuato a rafforzarsi per tutto il XX secolo, seppur gravati da una sorta di cesura tra godimento dell’anima, riservato per lo più alla gente “colta”, quella che aveva fatto “studi classici”, e mero godimento del corpo, riservato alla gente “comune”.
In ogni caso cominciarono a sparire gli allestimenti museali intesi come “collezioni” comprensibili solo agli eletti e incomprensibili ai più. Si doveva stabilire un nuovo legame tra cultura, bene culturale, società e sviluppo economico, quindi tra cultura e una massa sempre più vasta di persone desiderose di conoscere e capire. Non più la muta targhetta sotto un vaso magnogreco con il semplice numero di repertorio del museo, come ancora era possibile leggere negli anni ’80, ma una più ricca targa bi o trilingue nella quale venivano ricordati, oltre al nome dell’autore, la provenienza, l’epoca, il tema delle pitture e l’associazione storica o ambientale con altre manifatture similari. Oggi, addirittura, è possibile che accanto alla teca si possa attivare con un clic un video interattivo nel quale scoprire altre opere dello stesso autore, le circostanze del ritrovamento, il ruolo dei vasi cerimoniali nella Grecia d’allora, perfino divertirsi con la realtà aumentata…
Insomma, un legame indissolubile tra cultura e turismo: la cultura deve risultare accessibile, socializzabile, eticamente formativa e illustrativa. La cultura deve conferire identità alla Città, esprimere le sue peculiarità storiche, architettoniche, artistiche e finanche socioeconomiche, perché anche i modi della produzione, dell’ingegno e le risposte ai bisogni sono oggi riconosciuti come “cultura”.
La cultura, allora, non è più solo un orto in cui allevare il ben dell’intelletto, ma va intesa oggi come strumento di narrazione dell’identità della Città. Quindi, la cultura come significazione del sé urbano, come comunicazione, come appello – e sfida – al mondo.
A Viterbo, cultura e turismo non possono marciare per proprio conto; e perfino il termalismo, immerso come è in un’area archeologica, tra necropoli etrusche, resti romani e citazioni dantesche, non può essere considerato come un bene a parte. L’amministrazione viterbese potrà anche avere quattro assessori diversi, per la cultura, il turismo, il termalismo e la bellezza, ma devono formare un quartetto d’archi che suona lo stesso spartito e crea una perfetta armonia musicale da offrire a un pubblico vasto.
Insomma, dal punto di vista delle politiche attive della cultura, è chiaro che occorre lavorare su vari piani. Ben vengano le manifestazioni specializzate, per un pubblico selezionato e segmentato; ma dal momento che ormai il pubblico ha maturato livelli di conoscenze, di aspettative, di interessi sempre più alti, è necessario puntare su “eventi”, su “kermesse” in grado di coinvolgere una grande massa di persone, di cittadini e soprattutto di visitatori e di turisti di ogni provenienza.
Eventi di lunga durata, proposte culturali e turistiche da consumare su più giorni. Viterbo non deve essere meta turistica per fagottari; non servono. Ha talmente tante proposte da offrire, in città, nelle terme e nei suoi dintorni, da poter esigere un turismo diffuso ma anche di qualità, residenziale, su cui investire in progetti, proposte, iniziative. Gli eventi su più giorni, ripetuti nelle stagioni, sono la chiave di volta perché Viterbo sia veramente annoverata come città d’arte e cultura. Il Trasporto della Macchina di S. Rosa deve diventare un punto di riferimento, un must mediatico, intorno al quale costruire un modello, una visione culturale complessiva.
E lo scenario privilegiato è, in questo caso, il centro storico; perché è lì che tu puoi coordinare l’identità urbana con il retaggio culturale e contemporaneamente far spiccare anche l’innovazione. La cultura deve riempire i contenitori di pregio della città, ma anche le piazze e le vie, che già di per sé offrono quinte e sfondi di grande qualità coreografica. Poi, la proposta culturale può essere la più disparata: musica, coreutica, teatro, cinema, letteratura, provocazione spettacolare, rievocazione storica, gioco, competizione, rito, espressività figurativa, improvvisazione, dialogo, colore, innovazione e sperimentazione, enogastronomia, e ancora terme, salute, ambiente, paesaggio, natura. Tutte assieme, se possibile. Perché tutto questo è cultura, cioè crescita intellettuale, comunicazione e riconoscimento identitario.
E tutto ciò va proposto al mondo; gli scenari dello sviluppo oggi si misurano sul piano nazionale e, soprattutto, internazionale. Viterbo non deve competere solo con Siena, Spoleto, Mantova o Matera; deve competere con Avignone, Santander, Bruges, Colonia. Se alla Pisana non lo capiscono e ci mettono nello stesso calderone con Anagni, Veroli, Tivoli e Cassino, hanno sbagliato prospettiva, dimensioni, letture, politica culturale.
Ovviamente, per far questo occorrono figure professionali, capacità non solo creative e progettuali, ma anche di quelle che sanno individuare gli interlocutori e i sostegni finanziari giusti. Non si possono affidare operazioni di livello soltanto a persone di buona volontà o a faccendieri e trovarobe politici.
Viviamo in un mondo specializzato, dove non c’è posto per il dilettantismo.
Un esempio, tratto dal colloquio avuto tempo fa con un organizzatore francese di eventi medievali, a Grasse: “Se tu vuoi ricostruire un ambiente del duecento, non puoi mettere cavalieri con corazze d’acciaio ed elmi barbuti quattrocenteschi, o madonne con la gorgiera cinquecentesca… fai solo confusione e non restituisci un pizzico di verità, non fai cultura, non restituisci la storia e l’identità della tua città, al massimo fai una festa di carnevale”.
E’ con la competenza che la città cresce; non solo sul piano socioeconomico; ma anche su quello della mentalità, della cultura, appunto. Cresce in cultura dell’accoglienza, della qualità, del bello, della logica dello scambio, della capacità speculativa e creativa, del civismo. Cresce.
No, il centro storico non può più essere un centro residenziale. Ma può essere l’ambiente privilegiato della cultura in tutte le sue declinazioni.
Francesco Mattioli
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