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Viterbo – (sil.co.) – Lei lo lascia e lui le manda fiori tramite un comune amico cui chiede anche di intercedere per convincerla a tornare insieme.
L’uomo, un 46enne viterbese, tuttora sottoposto a divieto di avvicinamento, è finito prima ai domiciliari e poi a processo col giudizio immediato per stalking.
Non contento avrebbe anche contattato via Facebook una vecchia compagna di scuola, titolare di un negozio sotto casa della ex, per chiederle se l’avesse vista salire su una vettura Qashqai bianca o uscire con un altro, mandandogli anche la foto del presunto rivale perché la controllasse.
Entrambi hanno testimoniato giovedì alla prima udienza del processo davanti al giudice Elisabetta Massini, con l’imputato difeso dall’avvocato Marco Valerio Mazzatosta e la presunta vittima parte civile con l’avvocato Dominga Martinez. Assente la parte offesa, che nel frattempo aspetta un bambino.
I fatti risalgono all’anno scorso, quando la coppia si sarebbe separata per volere della donna.
“L’imputato mi ha contattata 2-3 volte tramite Messenger, in tutto una decina di messaggi e quattro vocali per chiedermi informazioni – ha riferito la titolare del negozio – io, conoscendolo come una brava persona, gli ho consigliato di lasciar perdere. Poi quando lei mi ha riferito che gliela aveva fatta grossa, le ho detto che in effetti anche a me aveva chiesto informazioni sul suo conto. Per come si è esposta, mi ha fatto ricredere”.
L’amico dei fiori, anche lui teste dell’accusa, ha cercato di ridimensionare, “era innamoratissimo”, pur aggiungendo un ulteriore particolare. “Un giorno ha avvicinato mia figlia e le ha chiesto di scambiarsi i numeri del cellulare per eventuali notizie sulla sua ex, quando l’ho saputo gliel’ho fatto bloccare, ma non ci sono stati altri episodi”, ha detto.
Un’amica della vittima, invece, era con lei lo scorso 21 ottobre, quando è accaduto l’episodio in seguito al quale è stato arrestato.
“Lo abbiamo incontrato e per evitarlo siamo entrate in un bar, quando siamo uscite era ancora lì che la guardava insistentemente, come se volesse dirle qualcosa. Lei era terrorizzata, ha avuto una crisi di panico, era in preda all’ansia… e ha chiamato la polizia che lo ha arrestato, perché sapevano già dei precedenti che c’erano tra loro perché la mia amica li aveva informati”, ha raccontato.
“Sì, è vero, in quel periodo lei lo accompagnava comunque dal medico”, ha poi ammesso, rispondendo a una specifica domanda del difensore.
Il processo, che è solo all’inizio, riprenderà il prossimo 13 ottobre. Per l’imputato si tratta del secondo procedimento.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
