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Viterbo – Confesso che la reazione al mio cosiddetto “de profundis” del centro storico di Viterbo, soprattutto da parte di Maria Elena Pierini, me l’aspettavo.
E per fortuna che c’è stata, perché questo consente di dibattere su un tema che per troppo tempo ha vissuto di schemi precondizionati e di retorica ideologica. Sono nato a via Orologio Vecchio e per anni ho goduto sia dei silenzi di San Pellegrino a mezzanotte che dello struscio di Corso Italia. Nei negozi del centro ho acquistato i miei primi occhiali, la mia Lettera 22, i miei libri preferiti, ma anche le scarpe, le camicie… roba di trenta o quarant’anni fa. E tuttavia sono stato prematuramente anche uno dei quarantamila che tra il 1950 e il 1990 sono andati ad abitare fuori delle mura. Chissà perché…
I centri storici europei – Francia, Belgio, Olanda, Germania, soprattutto i teatri di guerra – spesso oggi sono dei disneyland che, dietro le facciate ricostruite dei loro palazzi d’epoca, celano abitazioni con servizi d’avanguardia. Senza contare che lì la cosiddetta rigenerazione urbana si è tradotta sovente in una gentrificazione selvaggia che ha espulso la povera gente ammassandola nelle più squallide periferie. Ricordo che il bel quartiere “verde” milanese di Isola sorge su un precedente quartiere popolare ottocentesco…
Un ricordo di San Pellegrino che mi urta è quello delle macchine parcheggiate nella storica piazzetta e nelle sue immediate adiacenze; mi urta perché ne usciva martoriato l’ambientazione storica e architettonica, ma non posso non comprenderlo, perché ciascuno di noi ha il diritto sacrosanto, tra XX e XXI secolo, ad avere l’auto sotto casa.
Maria Elena Pierini richiama la possibilità di “usare” in modo diverso il centro storico, sia sul piano dell’accessibilità che su quello della fruizione dei suoi spazi abitativi. Ne sono convinto anche io, l’ho scritto; ma non credo che questo significhi restituirgli quella dote di residenzialità che, oggi, non può più permettersi. Sarà un discorso cinico il mio – e lo è – ma lo è quanto quello del chirurgo che, per salvare il paziente, ritiene di dovergli tagliare una gamba.
Ci saranno sempre dei viterbesi che, per i più rispettabili motivi personali, decideranno di abitare tra le mura amiche di Viterbo. Ma il trend in atto non può che indurre a progettare una destinazione d’uso differente per il centro storico: una destinazione d’uso di alto profilo culturale, di utile fruizione turistica, di particolare residenzialità sociale, artistica, studentesca, universitaria e senz’altro commerciale.
Peraltro, ripeto, non è problema solo viterbese, vale per ogni centro storico realmente tale delle città e delle cittadine italiane, europee e extraeuropee.
Si può fare resilienza operosa verso queste tendenze? Maria Elena Pierini immagina di sì, come lo immaginano taluni, fra urbanisti, architetti, sociologi e policy maker; la resilienza è un diritto.
Tuttavia I dati – ma anche una certa logica sociale – dicono diversamente, già ad osservare ciò che accade nel breve e medio periodo. Intanto, è un bene che se ne discuta; possibilmente senza pregiudiziali ideologiche e ispirazioni personalistiche, ma a partire dai dati.
Francesco Mattioli
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