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Viterbo – (sil.co.) – Nonno a processo davanti al collegio per presunti abusi di natura sessuale sulla nipotina di 11 anni, secondo i testimoni della difesa l’imputato non avrebbe avuto occasioni per restare da solo con la piccola e molestarla. Secondo l’accusa avrebbe approfittato del suo ruolo di “nonno babysitter” mentre i genitori erano al lavoro.
I testimoni del sessantenne, per lo più familiari, sono stati ascoltati nel corso dell’udienza fiume che si è svolta martedì 25 ottobre, al termine della quale la presidente Elisabetta Massini ha rinviato all’8 novembre per la discussione.
Secondo i testi dell’imputato, difeso dall’avvocato Luca Nisi, la bambina sarebbe stata con l’uomo sempre alla presenza di altri adulti nonché, spesso, di una cugina più grande. Da escludere, quindi, che il sessantenne abbia avuto modo e occasione di palpeggiare la nipote in maniera equivoca.
I presunti palpeggiamenti, alla vigilia di Natale dell’anno scorso, sarebbero stati confermati in aula dalla vittima, che oggi ha 13 anni. Il nonno è imputato di violenza su minore aggravata dal vincolo di parentela.
L’adolescente, la cui versione non era stata cristallizzata nella forma dell’incidente probatorio, è stata sentita in forma protetta lo scorso 22 dicembre, a porte chiuse. Seppure con qualche contraddizione, avrebbe confermato i palpeggiamenti spinti già emersi in sede di indagini preliminari e riferiti agli investigatori dalla madre al momento della denuncia.
La donna, che si era costituita parte civile al processo con l’avvocato Remigio Sicilia e nel frattempo è deceduta, avrebbe spiegato a suo tempo agli investigatori come secondo lei il suocero potrebbe avere approfittato dell’opportunità di trascorrere del tempo da solo con la nipotina, di cui si sarebbe preso cura mentre i genitori erano al lavoro.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
