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Viterbo - Intervista al nuovo vescovo Orazio Francesco Piazza: "Se come carovana umana vogliamo arrivare alla meta, allora non dobbiamo lasciare indietro nessuno" - FOTO

“I ritmi del cammino umano si misurano sul più debole, non sul più veloce”

di Daniele Camilli
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Viterbo – “I ritmi del cammino umano si misurano sul più debole, non sul più veloce. Se, come carovana umana, vogliamo arrivare alla meta insieme, se il viaggio lo vogliamo affrontare tenendo conto di tutti i soggetti, allora la carovana non può lasciarsi indietro i più deboli. I ritmi devono essere organizzati sui più deboli”. A parlare è il nuovo vescovo di Viterbo, Orazio Francesco Piazza, entrato ufficialmente in diocesi sabato scorso. Ieri mattina Tusciaweb lo ha intervistato, affrontando con lui tutta una serie di tematiche che si troverà di fronte durante il suo mandato. 


Viterbo - Il vescovo Orazio Francesco Piazza

Viterbo – Il vescovo Orazio Francesco Piazza


Vescovo Piazza, quale è stato il suo primo pensiero quando Papa Francesco le ha assegnato la diocesi di Viterbo?
“Da un lato un grande sentimento di sconcerto. Non si lascia mai una terra che si ama, per cui si è lottato e con cui ci si è impegnati. Una terra con cui si condividono sogni, delusioni, amarezze, sconfitte. Poi, misurarsi con una realtà che ha una tradizione storica, di fede. Non sono preoccupato. Mi sento responsabile”.

Quale è stata la prima impressione che ha avuto di Viterbo?
“Sono rimasto a bocca aperta. Non c’ero mai stato. Ero stato solo a Bomarzo e a Civita di Bagnoregio, poi non sono più riuscito a venire. E sono rimasto a bocca aperta per la sua bellezza, ed è facile innamorarsi della bellezza. Una bellezza che però va tutelata. La visione di palazzo dei Papi mi ha tolto il respiro”. 

Nell’omelia di sabato scorso, quando ha fatto il suo ingresso ufficiale in diocesi, ha detto che è fondamentale “prendere parte”. Cosa intende?
“Recentemente ho denunciato una questione molto delicata, citando un testo: “naufragio con spettatore o naufragio senza spettatore”. Ci sono naufragi, in questo nostro tempo, in cui molta gente si gira dall’altra parte. E si tratta di gente che ha una responsabilità più grave rispetto a chi ha commesso degli errori. Poiché viviamo evidentemente i rischi di un’azione predatoria all’interno delle nostre vicende, in chiave economica, ecologica e sociale, non ci si può girare dall’altra parte. Bisogna invece fare una scelta. Decidersi in modo chiaro, perché di fronte a determinate situazioni la posizione deve essere chiara. Dicevo in una marcia in momenti difficili a Mondragone, con la presenza di Pietro Grasso: su una marciapiede ci sono loro, sull’altro ci metteremo noi”.


Viterbo - Il vescovo Orazio Francesco Piazza e il direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti

Viterbo – Il vescovo Orazio Francesco Piazza e il direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti


Poco prima di iniziare questa intervista, lei ha detto di essere figlio di Paolo VI. Cosa vuole dire con questa espressione?
“San Paolo VI è innanzitutto una persona con uno spessore umano e culturale straordinario, con una sensibilità maturata in una vicenda che diventa motivo di comprensione della sua grande fede e della sua santità. Un uomo che è riuscito a sintetizzare profondamente la passione per l’umano e la gioia del Vangelo. Un uomo che ha visto il suo momento più alto quando disse ‘io mi inginocchio davanti a voi’. E quando lo disse io ero all’ultimo anno di teologia, i primi anni del mio percorso di specializzazione. Quello stravolgimento delle sistematiche ecclesiastiche. Tutto questo ha fatto la grandezza di un papa. Sono stato poi ordinato sacerdote nel 1978, quando Paolo VI è morto. E sono stato nominato sacerdote a cavallo di tre papi, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II”.

Quale eredità le lascia il vescovo Lino Fumagalli che l’ha preceduta e quale quella che lei intende fare propria?
“L’eredità di un altro va scoperta. E lo farò mano mano che entrerò all’interno dell’istituto ecclesiale. Nel frattempo già avverto le concretezze su cui si sono strutturati i cammini di questo periodo. Poi a Viterbo ci sono le tradizioni di grandi vescovi. Nomi prestigiosi, persone che hanno amato e guidato questo territorio. Lino ha un’impostazione che la chiesa italiana sta seguendo, soprattutto in questo momento sinodale. Nel dettaglio non posso entrare, sono pochi giorni che sono arrivato. Per scoprire l’eredità di chi ci ha preceduto bisogna aprire i cassettoni e  in qualche modo si deve entrare nelle dinamiche. Ma la percezione che ho è quella di un vescovo che si è profondamente donato con il suo stile e le sue sensibilità, servendo questa comunità. Vedo inoltre un clero dedicato, sostanzialmente unito. Vedo anche un laicato attento. Io porto il mio stile e la mia sensibilità, e non è possibile pensare che raccogliere un’eredità significa cristallizzarla. Il concetto di tradizione è dinamico e non mummificante. Per cui quello che raccolgo poi lo sviluppo con la mia sensibilità. Sarebbe un estremo guaio, e pure un torto, se non lo facessi e non caratterizzassi tutto ciò che appartiene a questa comunità con quello che personalmente sono. Certo, nelle fragilità, ma anche negli entusiasmi e nelle aperture di speranza”.

Viterbo ha una periferia molto vasta e sempre più simile, in termini di contraddizioni sociali e di complessità, a quella di un’area metropolitana. Come intende intervenire in questo tipo di realtà?
“Proviamo a metterci in un concetto di prospettiva dove la periferia è il centro, e il centro diventa periferia. I punti di vista devono essere inclusivi e non esclusivi. Nel momento in cui il centro perde la periferia non è più centro. Se la periferia guarda al centro senza avere la dimensione di periferia, diventa il centro. Se andiamo a comprendere l’importanza di ogni dimensione locale che ha la fierezza che la caratterizza in una dinamica inclusiva, e nelle diverse responsabilità, allora in questa dimensione prospettica allora la periferia può diventare il centro di un centro”.


Viterbo - Il vescovo Orazio Francesco Piazza

Viterbo – Il vescovo Orazio Francesco Piazza


Che rapporti intende costruire con la politica e le istituzioni del territorio?
“Un rapporto assolutamente propositivo, attento, interlocutorio e costante. Per me la politica è uno strumento fondamentale. Non c’è carità più alta di quella della politica, come diceva appunto Paolo VI. La politica è lo strumento con cui la qualità della vita, e soprattutto la dignità di ogni persona, la sua libertà, la sua responsabilità, il suo senso del bene comune e i suoi diritti passano come condizione strutturata. Una buona politica è un buon governo della casa che consente ad ogni soggetto che lo abita di poter vivere in pienezza la propria condizione. Io ci sarò, ma non ci sarò con i giochi di parte. E sarà facile tirami per la giacca. Io frequenterò tutti e a tutti darò la mia disponibilità per il bene comune, per la dignità della persona. E una cosa che mi sta particolarmente a cuore: i ritmi del cammino umano si misurano sul più debole, non sul più veloce. Se, come carovana umana, vogliamo arrivare alla meta insieme, se il viaggio lo vogliamo affrontare tenendo conto di tutti i soggetti, allora la carovana non può lasciarsi indietro i più deboli. I ritmi devono essere organizzati sui più deboli”.

Cosa significa che “i ritmi devono essere organizzati sui più deboli”?
“Significa camminare più lentamente, ma lentamente arriviamo. Non è detto che correndo più veloce si arrivi”.

Chi sono i più deboli?
“Le fragilità sono tante, ma i deboli conclamati sono gli esclusi, in un’economia aggressiva e disumana.  Noi viviamo la marginalità in un’economia finanziarizzata. E un’economia senza volto umano ci rende marginali. Quante cose del destino di questo nostro tempo passano sulle nostre teste? Noi siamo i marginali della storia rispetto ai luoghi di potere che non guardano con l’etica del diritto della persona. La centralità della persona va invece rivendicata”. 


Viterbo - Il vescovo Orazio Francesco Piazza e il direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti

Viterbo – Il vescovo Orazio Francesco Piazza e il direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti


In un contesto come questo, quale è il ruolo della solidarietà?
“Non potrei vivere senza la solidarietà. La declinazione sociale dei tre principali principi etici fondamentali, libertà, dignità e responsabilità, è responsabilità sociale e solidarietà. Se sono veri i tre principi, allora sono determinanti i secondi. Aiutare a prendere in una formazione diffusa i tre principi è il modo per farli diventare importanti per tutta la condivisione comunitaria e il diritto stesso della persona diventa persona comunitaria. La dimensione sociale passa per la solidarietà”.

Così come la sussidiarietà…
“Assolutamente sì. Noi dobbiamo farci carico delle lacune. E non sto a dire qui quello che ho vissuto nella mia terra, nella mia amata Sessa Aurunca, un luogo attraversato da tensioni, talvolta violente. E laddove, durante la pandemia, non si riusciva a far fronte alle necessità sociali, ci siamo attivati come chiesa, chiamando tutte le associazioni senza alcuna distinzione. Così siamo riusciti a comprare i ventilatori polmonari, distribuendo le mascherine a tutti. Perché le persone sanno coinvolgersi guardando chi concretamente vuole il bene di tutti. La sussidiarietà è fondamentale e ne abbiamo tanto bisogno in questo nostro tempo dove domina invece un senso autoreferenziale. Quando arriveremo a capire che il bene della persona è anche il bene della comunità avremo fatto un bel passo avanti”.

A Viterbo le comunità straniere rappresentano il 10% della popolazione. Una percentuale che sale enormemente se poi si guarda al centro storico. Molti di questi uomini e donne, lavoratrici e lavoratori, vivono spesso condizioni di sfruttamento, braccianti, operai, badanti, persone a servizio nelle case, oppure sono costretti a stare in abitazioni fatiscenti. Quale è il messaggio che intende lanciare alle persone che vivono queste condizioni, così come alle organizzazioni di categoria che rappresentano la parte sartoriale e ai sindacati che invece tutelano i diritti dei lavoratori?
“Un messaggio che parte dall’essenziale. Sul terreno dell’umano, dei diritti e della dignità della persona non può che esserci il dialogo e la voglia di costruire percorsi per affrontare e risolvere i problemi. Non ho l’illusione utopica di chi pensa che non si riuscirà mai a combinare niente. Cito madre Teresa di Calcutta. E’ una goccia, ma è qualcosa, perché quella goccia disseta una parte di umanità. Il messaggio è questo: intanto conoscerli ed incontrarli. E ovviamente la mia disponibilità ad affrontare i problemi che vanno affrontati. Il mio metodo è ‘non proteste, ma proposte’. Se non si fa così si va allo scontro sociale, e una guerra tra poveri non genera nessuna svolta positiva. La fatica di costruire proposte non deve dare l’idea che non si voglia fare niente. Il tempo del riflettere deve essere rispettato per fare le scelte opportune. Se sottraiamo all’analisi dei problemi il tempo faremmo scelte improvvide che avranno gambe corte. Noi invece dobbiamo pensare a medio e lungo termine. Cerchiamo di fare piccoli passi nella giusta direzione. Non ho la sindrome della prestazione. Per me provvidenza di Dio significa due cose, l’amore di Dio per l’uomo, ma anche la responsabilità dell’uomo verso ciò che ha ricevuto”. 


Viterbo - Il vescovo Orazio Francesco Piazza

Viterbo – Il vescovo Orazio Francesco Piazza


Intende proseguire il dialogo con la comunità islamica del territorio avviato da Fumagalli?
“Assolutamente sì. Ho già dato mandato di poter incontrare i rappresentanti della comunità islamica. Confrontandoci si verificano le esigenze e si entra in una dinamica di fraternità. Una fraternità in cui, prima ancora delle differenze, bisogna andare a cercare le condivisioni in ciò che sostanzialmente ci unisce. Nella prossimità del bisogno è l’umanità che sta in ginocchio e non puoi andare a domandare se uno non la pensa come te”.

Che cos’è per lei la famiglia e che dialogo intende avere con la comunità Lgbt che a Viterbo, la scorsa estate, ha organizzato il primo Lazio Pride della storia di questa città?
“E’ una domanda molto complessa, perché ha tanti risvolti. Da un lato c’è il diritto delle persone che devono sperimentare e vivere quella che è la propria sensazione, esperienza, percezione di sé. Dall’altro lato non si può negare che le altre percezioni abbiano un valore e una consistenza. Creare la contrapposizione tra le due cose non è stata una scelta bella, perché porta a prevaricare due diritti: il diritto dell’uno e il diritto dell’altro, lavorando in tal modo sull’affermazione di diritti contrapposti. Andiamo a cercare innanzitutto la qualificazione di queste situazioni. Nella mia esperienza di vescovo ho accolto, accompagnato e sono stato vicino a tutti. Ovviamente questo non significa che da parte mia non mantenga un principio che vivo nella mia serena valutazione. E altrettanto ovviamente mi preoccupo che l’altro possa vivere in pienezza ciò che è. Se riusciamo a ridurre le tensioni delle distanze capiremmo forse un po’ più l’armonia delle differenze. Il gioco delle contrapposizioni ci sta facendo solo male”.

Daniele Camilli


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7 dicembre, 2022

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