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Viterbo – (sil.co.) – Butta la cocaina nel water ma lascia tracce di droga ovunque, è finito con la prescrizione il processo per droga e ricettazione all’ex braccio destro dei boss di mafia viterbese Sokol Dervishi, difeso dall’avvocato Dario Candeloro.
Diventato nel frattempo collaboratore di giustizia, come è noto Dervishi è agli arresti domiciliari col programma di protezione dei pentiti, nonostante sia stato condannato anche lui con l’aggravante dell’associazione a delinquere di stampo mafioso.
La vicenda risale al 25 febbraio 2014, quando fu arrestato all’alba nel corso di un blitz dei carabinieri del nucleo investigativo nell’appartamento al piano terra che, fino all’arresto del 19 gennaio 2019 nell’ambito dell’operazione Erostrato, l’allora ventinovenne albanese condivideva con la compagna romena al Paradiso.
Dervishi, oggi 38enne, era già un soggetto “oltremodo noto” alle forze dell’ordine, come ha ricordato all’udienza dello scorso 8 marzo davanti al giudice Alessandra Aiello il luogotenente Angelo Jesus Ciardiello che, all’epoca maresciallo, ha condotto l’operazione, una perquisizione per sospetta attività di spaccio di cocaina, sfociata nell’arresto dell’indagato.
“Non appena abbiamo suonato il campanello, abbiamo sentito tirare lo sciacquone e visto la mano di Dervishi che gettava il coperchio del water e altri oggetti fuori della finestra del bagno”, ha spiegato il militare. “Nel bagno c’erano tracce di cocaina sia sul water che sotto il water, nonché alcune bustine circolari sparse per terra nella concitazione di liberarsi dello stupefacente”, ha spiegato.
“Fuori della finestra invece, oltre al coperchio del water, c’era un bilancino di precisione con evidenti tracce di cocaina e due cellulari, uno denunciato come rubato e l’altro come smarrito dalle legittime proprietarie, cui poi sono stati restituiti”, ha proseguito Ciardiello.
Ma soprattutto: “Tra gli indumenti abbiamo trovato oltre tremila euro in contanti, un’ingente somma di denaro, del cui possesso non ha saputo fornire una spiegazione”. Rispondendo alle domande del difensore Dario Candeloro, il luogotenente ha quindi sottolineato come l’imputato fosse un nullafacente: “Lo conosco da 18-19 anni. La compravendita di auto usate era una copertura, come abbiamo accertato nelle successive indagini che hanno sgominato il sodalizio criminale italo-albanese di mafia viterbese”.
Riguardo alla sostanza: “Nessun dubbio che i residui fossero cocaina. Sono stati sottoposti a accertamenti tecnici di laboratorio che non lasciano spazio a alternative”.
Articoli: “Cocaina nel water, ma lo sciacquone tradisce il pentito di mafia Sokol Dervishi” – Butta cocaina nel water ma lascia tracce ovunque, alla sbarra Sokol Dervishi
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
