|
|
Viterbo – È comparso ieri davanti al gip Savina Poli per l’interrogatorio di garanzia il 44enne georgiano arrestato il 13 maggio dalla polizia per maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale ai danni della moglie in seguito alla richiesta di aiuto del figlio adolescente della coppia.
L’uomo, difeso dall’avvocato Paolo Delle Monache e detenuto nel carcere viterbese di Mammagialla, non ha potuto rispondere alle domande del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Viterbo, in quanto non capirebbe e non parlerebbe bene l’italiano, motivo per cui sarà interrogato nei prossimi giorni alla presenza di un interprete.
Il figlio maggiore, un ragazzo quattordicenne, dopo l’ennesima aggressione alla madre, colpita a calci e pugno alla schiena e dietro il collo, ha telefonato per chiedere aiuto a un centro antiviolenza, il cui personale ha allertato il numero unico dell’emergenza.
Movente, la moglie all’uscita di scuola aveva osato salutare il padre di un compagno di classe del figlio più piccolo, iscritto alle elementari.
Era il 9 maggio e a distanza di meno di una settimana il padre è stato tratto in arresto. Le aggressioni sarebbero state una costante degli ultimi quindici anni di vita della presunta vittima, picchiata anche quando era incinta, dal 2008 fino a pochi giorni fa.
Ai medici del pronto soccorso dell’ospedale di Belcolle, che le hanno diagnosticato un trauma cranico e cervicale, è bastata una lastra alla colonna vertebrale per scoprire i segni evidenti di esiti dovuti alle percosse subite dal marito, che avrebbe anche preteso il test del Dna sul figlio minore sostenendo che non fosse il suo.
“Io non sono stupido, ti meno dove non lascio segni, mica ti meno sul viso”, le avrebbe detto picchiandola, avvolgendosi con un asciugamano le nocche, dolenti per i pugni dati alla moglie. Vedendo in televisione cronache di femminicidi, l’avrebbe avvertita: “Lo vedi? Quello ce l’ha fatta ad ammazzare la moglie, io non ci sono ancora riuscito”.
Convinto che la moglie fosse una “puttana” e “succhiacazzi”, come era solito apostrofarla anche davanti ai figli di 14 e 8 anni, a partire dal 24 maggio 2021, ritenendo che la donna intrattenesse relazioni con altri uomini, l’avrebbe sottoposta a dieci giomi di vessazioni fisiche, nel corso dei quali, durante la notte, l’avrebbe costretta a seguirlo dicendole “vieni al massacro” per poi sottoporla a ripetute violenze.
A scatenare tanta violenza sarebbe stata la frase “sono stata con cinque tazze del gabinetto” con cui la vittima aveva risposto al marito, nullafacente, che le chiedeva con chi fosse andata quel giorno, quando lei era stata in giro a fare le pulizie nelle case per racimolare qualche soldo.
“Tu hai sette vite come i gatti, se ancora sei viva dopo tutte le botte che ti do”. Una volta, in particolare, l’avrebbe picchiata ininterrottamente per quaranta minuti.
“In un paio di occasioni – si legge nelle tredici pagine dell’ordinanza – la costringeva a porgergli i polsi delle mani, sulle quali spegneva dei mozziconi di sigaretta”. E ancora: “In un’altra circostanza la afferrava con forza facendole sbattere ripetutamente la testa contro il muro, al punto da provocarle una copiosa fuoriuscita di sangue che imbrattava la parete dell’abitazione, mentre in un’ulteriore situazione le porgeva un rasoio e la costringeva a radersi i capelli ‘a zero’, alla presenza dei figli minorenni”.
Silvana Cortignani
– Maltrattata da anni: violenze fisiche e sessuali dal marito, il figlio chiede aiuto
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

