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Sciopero dei penalisti: “Dalla parte dei condannati ‘liberi sospesi’ in attesa di espiare una pena”

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Tribunale di Viterbo - L'aula di corte d'assise

Tribunale di Viterbo – L’aula di corte d’assise


Viterbo – (sil.co.) – Sciopero dei penalisti: “Dalla parte dei condannati ‘liberi sospesi’ in attesa di espiare una pena”. Tra loro chi ha chiesto al tribunale di sorveglianza l’affidamento in prova ai servizi sociali o altre misure alternative al carcere. 

Anche oggi stop alla gran parte delle udienze penali in programma presso il tribunale di Viterbo, con poche e rare eccezioni, in seguito alla tre giorni di astensione indetta dal 6 giugno fino a domani dagli avvocati contro la condizione di dissesto nella quale operano gli uffici di sorveglianza di Roma.

Uffici che servono tutto il distretto della corte di appello,Viterbo compreso, e che secondo la camera penale di Roma e le altre del Lazio determina “una quotidiana gravissima lesione dei diritti dei cittadini che con quegli uffici debbano relazionarsi”. 

Tra i motivi alla base dell’astensione, il probabile trasferimento della sede delle udienza monocratiche e collegiali del tribunale di sorveglianza in via Triboniano “costringendo gli avvocati a rocambolesche peregrinazioni tra le sedi giudiziarie”.

“L’unico scopo è di scuotere le coscienze e accendere i riflettori su una situazione insostenibile che mina i diritti di coloro che hanno subito un processo e devono pagare il proprio debito con la giustizia”, ricordano i legali della camera penale “Ettore Camilli Mangani” di Viterbo, presieduta dall’avvocato Roberto Alabiso,  ieri presenti con una delegazione all’assemblea indetta nella capitale.


Il tribunale di Viterbo - Veduta dall'alto

Il tribunale di Viterbo – Veduta dall’alto


“Anche l’espiazione della pena – sottolineano – deve seguire i tempi ragionevoli con cui si auspica venga celebrato il processo di merito. Il condannato ha il diritto a veder decidere sulle sue istanze, sulle misure alternative alla detenzione in tempi che non siano biblici”.

Tra le vittime, i cosiddetti “liberi sospesi” , cioè i condannati che, avendone i requisiti, hanno chiesto al tribunale di sorveglianza l’affidamento in prova ai servizi sociali o altre misure alternative al carcere, costretti ad aspettare anche anni prima di potervi accedere e scontare fattivamente la pena.

“Anche la determinazione delle modalità di espiazione della pena – ribadiscono i penalisti – deve avvenire in tempi brevi affinché il condannato possa pagare il proprio debito ed essere reinserito nel consorzio sociale. Quando la pena e la sua espiazione giungono ad anni dal fatto, con ogni probabilità il soggetto è ormai una persona diversa, magari cambiata in meglio, con una famiglia e con una progettualità di vita che viene sconvolta dalla ‘ritardata’ pretesa punitiva dello stato con buona pace della funzione rieducativa prevista dalla costituzione”.

“La situazione – tengono a precisare gli avvocati – non è imputabile ai magistrati, ma alla carenza di risorse e mezzi”.

“In un paese moderno non può tollerarsi una situazione dove lo stato esercita, giustamente, la pretesa punitiva nei confronti dell’imputato, ma nello stesso tempo dilata a piacimento i tempi di esecuzione della pena lasciando in un limbo insopportabile il cittadino che seppur colpevole ha il diritto a vedersi riabilitato e reinserito”.

“Questi ingiustificabili ritardi aggiungono pena alla pena”, la conclusione. 


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