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Pugni in faccia alla ex, la figlia della vittima: “A Ferragosto il viso di mia madre era una maschera di sangue”

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Luigi Mancini

L’avvocato di parte civile Luigi Mancini

Viterbo – (sil.co.) – “Mia madre a Ferragosto di due anni fa mi ha telefonato per dirmi che lui l’aveva picchiata e che aveva bisogno di un’ambulanza. Mi sono precipitata a casa sua e aveva il volto una maschera di sangue”. Così la figlia della 52enne d’origine romena, parte civile con l’avvocato Luigi Mancini al processo davanti al collegio in cui l’ex, un connazionale di 35 anni, è imputato di maltrattamenti in famiglia, lesioni aggravate e rapina.

La figlia della vittima, che aveva mancato le precedenti udienze, è arrivata ieri in tribunale scortata dai carabinieri, sottolineando di non avere mai assistito a liti, non vivendo con la madre e il giovane compagno della donna.

Una testimonianza, la sua, durata una manciata di minuti, e limitata all’episodio che sarebbe avvenuto il 15 agosto 2021. In casa, al suo arrivo, ci sarebbero già stati i carabinieri, mentre lei non avrebbe seguito la madre al pronto soccorso di Belcolle, ma sarebbe andata a prenderla all’uscita dall’ospedale. “La mamma aveva il viso insanguinato ed era coperta di lividi, mentre il pavimento di casa era pieno di cocci”, ha spiegato.

L’imputato, difeso dall’avvocato Giorgia Foschi, avrebbe preso a pugni in faccia la ex facendola finire due volte al pronto soccorso dell’ospedale di Belcolle, a ferragosto e il 21 settembre 2021. Movente un seno rimasto scoperto mentre la presunta vittima stava giocando in spiaggia. 

Alla prossima udienza saranno sentite la perita e l’interprete che hanno trascritto i messaggi e due vocali Whatsapp che secondo la difesa racconterebbero un’altra storia, attraverso un centinaio di screenshot e una ventina di minuti di registrazioni custoditi in una chiavetta usb. Saranno sentiti anche due testimoni della difesa.

Titolare del fascicolo, il pubblico ministero Michele Adragna. La presunta vittima, ascoltata in aula il 14 settembre dell’anno scorso, è finita due volte a Belcolle in un mese. La seconda con una prognosi di 25 giorni, a causa di un trauma cranico e cervicale e dei vistosi lividi riportati al collo dopo che il compagno avrebbe tentato di strozzarla. Era la notte tra il 20 e il 21 settembre 2021 e la parte offesa si recò in questura all’alba con evidenti segni sul collo e il volto, e in lacrime, a chiedere soccorso, rifiutando sulle prime di andare in ospedale.

Il giorno di ferragosto del 2021, durante l’ennesima scenata di gelosia, l’avrebbe mandata una prima volta in ospedale, dopo averla presa per il collo, colpendola con schiaffi e pugni in faccia e scaraventandola a terra. Il tutto coprendola di insulti come “puttana” e simili nonché minacciandola di morte. Tra luglio e settembre, l’imputato, complice l’alcol, non avrebbe perso occasione per spiare la convivente, prendendole costantemente il telefono al fine di controllarne messaggi e telefonate e reagendo in maniera furibonda di fronte al suo disappunto, prendendosela prima solo con le cose e poi con la stessa vittima, selvaggiamente picchiata in più occasioni e costretta per l’appunto a ricorrere due volte alle cure dei sanitari dell’ospedale di Belcolle. 

Il 20 settembre 2021, la vittima sarebbe finita di nuovo al pronto soccorso, con una prognosi di 25 giorni, dopo essere stata presa nuovamente per il collo e colpita con un pugno in faccia dal compagno, convinto che lei avesse cancellato dei messaggi “sospetti” che secondo il 35enne avrebbe scambiato con altri di nascosto. Senza contare i danni in casa. L’imputato, durante le sue incontenibili sfuriate, avrebbe distrutto porte, mobili e suppellettili, dai piatti al televisore al telefonino sottratto alla vittima. motivo per cui deve rispondere anche del reato di rapina. 


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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