Laura Chiovelli
Viterbo – “Mia figlia da sola non ci può stare”, è stato l’ultimo appello ai sanitari della mamma mentre veniva allontanata dal pronto soccorso, dicendole che lì la sua Laura era al sicuro. Sono state le ultime ore di vita di una paziente 41enne, ricoverata al pronto soccorso di Belcolle per avere tentato il suicidio, che si è uccisa la notte successiva gettandosi dal sesto piano della scala antincendio.
Imputata di omicidio colposo la psichiatra dell’ospedale cui la famiglia aveva raccomandato che la vittima venisse guardata a vista per il pericolo concreto che tentasse di nuovo di togliersi la vita. La donna, che aveva ingerito candeggina, era stata ricoverata la mattina del 15 novembre e sottoposta a lavanda gastrica.
Vittima Laura Chiovelli, una dipendente delle poste di sant’Angelo di Roccalvecce che fu trovata morta da un uomo andato a trovare una partoriente la mattina del 16 novembre 2017. Il cadavere di Laura, che amava gli animali ed era tifosissima della Lazio, sarebbe rimasto a terra per alcune ore, ai piedi della scala antincendio del secondo ingresso, prima che scattasse l’allarme. Al fratello Alessandro e alla madre Dina era stato detto di andare a casa, di stare tranquilli, che alla sorella e figlia avrebbe provveduto l’ospedale.
Ospedale di Belcolle – L’intervento della polizia (nel riquadro Laura Chiovelli)
“Noi – hanno spiegato la madre e il fratello nel corso di una testimonianza straziante – abbiamo subito avvisato i sanitari che c’era il serio rischio che potesse riprovarci e spiegato che era uscita da poco da Villa Rosa, dopo un ricovero di un mese, a causa di una gravissima forma di depressione, per cui si era presa un periodo di aspettativa ed era tornata a Viterbo da Bologna dove lavorava da otto anni, chiedendo per la terza volta il trasferimento che le era stato negato due volte. Anche a Bologna aveva tentato il suicidio, per cui era in cura con farmaci severi, che verso le cinque del pomeriggio del 16 novembre abbiamo consegnato al pronto soccorso, con la raccomandazione che le venissero somministrati altrimenti da sola non li avrebbe presi”.
“La mattina del ricovero, la psichiatra, cui abbiamo riferito i precedenti e chiesto espressamente se poteva trasferirla al reparto, ci ha garantito che Laura sarebbe stata vigilata e detto che avrebbe chiamato il professore che l’aveva in cura. Ma quando abbiamo sentito Laura per l’ultima volta, verso le 21, ci disse che a parte la lavanda gastrica non le avevano fatto niente e soprattutto che non le avevano dato le medicine, la nostra più grande preoccupazione. Quando l’hanno trovata aveva il pigiama e una ciabatta, mentre l’altra era rimasta al sesto piano, da dove si era buttata”.
“Con la psichiatra avremo parlato per 5-10 minuti, mi sono raccomandato, le ho detto che non mi fidavo di mia sorella, che era devastata dalla depressione, che il pericolo c’era tutto. Saremo rimasti nella sala d’attesa del pronto soccorso per due-tre ore. E siamo stati anche insistenti con il personale. La mamma sarebbe voluta rimanere a fare assistenza alla figlia, ma non era possibile. Un infermiere ha anche fatto un verso come per darmi una testata, dicendoci in maniera sgarbata di andarcene via”, ha sottolineato il fratello di Laura. I familiari sono parte civile con l’avvocato Paola Chiovelli.
Silvana Cortignani
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

