Viterbo – “Nicandro Izzo è un eroe è un esempio per l’Italia, per il popolo della polizia penitenziaria e per tutti i cittadini”.
Intitolazione carcere all’agente Nicandro Izzo
Il sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove alla cerimonia di inaugurazione dell’istituto penitenziario di Viterbo all’appuntato della polizia penitenziaria Nicandro Izzo, ucciso dalla camorra a soli 39 anni il 32 gennaio 1983.
“Un eroe – dice Delmastro – è un uomo che, come i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non fa mai fatto un passo indietro. Un eroe è colui che non muore mai, perché è un esempio per tutti. Come Nicandro Izzo”.
Andrea Delmastro Delle Vedove
Alla cerimonia, assieme a Delmastro, ci sono anche i familiari di Izzo, la moglie Maria e i figli Antonio e Orsola, il presidente della commissione ambiente della camera dei deputati, Mauro Rotelli, la vice capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Lina Di Domenico, la direttrice dell’istituto Nicandro Izzo Annamaria Dello Preite, il questore Luigi Silipo, il vice prefetto Andrea Nino Caputo, il vescovo Orazio Francesco Piazza, il presidente del consiglio comunale Marco Ciorba, i comandanti dei carabinieri e della guardia di finanza, rispettivamente Massimo Friano e Carlo Pasquali, il presidente del tribunale Francesco Oddi e la sostituto procuratore Paola Conti.
“Sono orgoglioso e commosso di essere qui e scoprire la targa con cui intitoleremo l’istituto – spiega Delmastro -. E voglio ringraziare Mauro Rotelli che ha sempre considerato intollerabile che l’istituto si chiamasse Mammagialla e ha lavorato per ottenere questa importante intitolazione”.
“Abbiamo scelto Izzo – prosegue il sottosegretario – perché qui a Viterbo c’è il 41 bis. E Izzo è stato un precursore del controllo della malavita organizzata all’interno delle carceri. Per far sì che il carcere non sia per i mafiosi un piccolo incidente di percorso, la loro pietra tombale. Izzo ha insegnato che bisognava fare attenzione alla posta tra famiglie e detenuti. Perché si potevano nascondere i pizzini che avrebbero permesso ai mafiosi di continuare a flagellare i territori da cui provenivano dando ordini e dimostrando che erano più forti dello stato”.
“Izzo – continua Delmastro – sapeva cosa stava facendo, nascondendo anche alla famiglia le minacce che riceveva. Per non caricarla d’angoscia”.
“Mio padre – sottolinea Antonio Izzo – è stato un uomo che ha sacrificato la vita per il proprio paese”.
Il vescovo Piazza
“Un modello da seguire – aggiunge Di Domenico – per tutti i cittadini. Da oggi anche i detenuti di Viterbo dovranno ricordare le loro vittime e ricordare che Izzo è morto al servizio dello stato e per aver adempiuto al proprio dovere”.
“Benedire – conclude il vescovo Piazza – significa ricordare e commemorare insieme affinché quei valori diventino parte viva delle nostre responsabilità”.
Daniele Camilli
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