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Viterbo – (sil.co.) – Bocciato dalla cassazione il ricorso di un ergastolano detenuto al 41 bis, il boss palermitano Giovanni Di Giacomo, che chiedeva la macchina da scrivere in cella.
A luglio 2022, sempre la cassazione, aveva detto no alla richiesta del permesso premio di effettuare i colloqui coi familiari nel giardino del carcere di Mammagialla. Nel 2011 è stato accusato del tentato omicidio di un altro recluso mentre era già da anni dietro le sbarre.
L’anno scorso, a proposito dell’ergastolo ostativo, Di Giacomo scrisse al magistrato di sorveglianza di Viterbo di poter accedere al suicidio assistito.
– Boss mafioso chiede di uscire in permesso nel “giardino” del carcere…
Protagonista il settantenne Giovanni Di Giacomo, mafioso e killer di Porta Nuova, in carcere dal 1991, accusato di due omicidi commessi nel 1981 e nel 1982, la cui difesa ha insistito col dire che la macchina da scrivere gli sarebbe servita per redigere istanze e ricorsi “in maniera intellegibile”, evitando il rischio che la sua grafia potesse risultare incomprensibile, garantendo dunque il suo diritto di difesa.
Nessun problema di grafia, secondo il magistrato di sorveglianza di Viterbo e il tribunale di sorveglianza di Roma che, rispettivamente a febbraio 2021 e a giugno dell’anno scorso, hanno rigettato l’istanza. E neanche secondo la cassazione, che ha confermato come non non ci sia “alcuna lesione del diritto di difesa del detenuto al 41 bis, visto che può chiedere aiuto al suo avvocato, ma anche a una figura preposta a questo compito in carcere”.
Ma non solo. I giudici della suprema corte evidenziano nelle motivazioni della sentenza anche come “le istanze e i reclami avanzati dal detenuto erano stati, nel tempo, sempre compresi, sicché nessun pregiudizio era stato, mai, sofferto dal predetto nella ordinaria interlocuzione intrattenuta con l’amministrazione penitenziaria, e ciò anche grazie al supporto della difesa tecnica, assicurato da memorie integrative”.
A proposito di missive scritte di suo pugno, Giovanni Di Giacomo, a febbraio 2023, nei giorni caldi del caso “Cospito”, scriveva, nell’ambito del dibattito sull’ergastolo ostativo. Si dice “con grafia incerta”. Ma evidentemente comprensibile.
Una provocazione. “Per disperazione ho chiesto al magistrato di sorveglianza di Viterbo di poter accedere al suicidio assistito, perché nei miei confronti d’ora in poi sarà attivato solo un accanimento giudiziario”, metteva nero su bianco Di Giacomo. E ancora: “Voglio che la mia morte sia frutto di un significato specifico. E cioè dimostrare che l’Italia, con l’ultimo decreto sull’ergastolo ostativo, ha ripristinato la pena di morte”.
La pena, scriveva ancora Di Giacomo di suo pugno, “deve tendere al reinserimento del condannato e deve essere improntata al senso di umanità, cosa che con il decreto è stata debellata. Nel mio caso ogni diritto è stato alienato”.
Va detto che nel 2011, in carcere già da decenni, Di Giacomo si è reso protagonista di un tentato omicidio a Padova ai danni di altro detenuto (massacrato a colpi di fornellino da campo e sopravvissuto alla terribile aggressione solo dopo una serie di interventi chirurgici), elemento da cui a suo tempo la cassazione ha tratto la conferma che “l’impulso criminale e l’indole cruenta di Giovanni Di Giacomo sono rimasti, nel tempo, attestati a livello incoercibile”.
