Viterbo – In tribunale l’ennesimo caso di presunto ospizio lager in una delle tante “ville” per anziani del Viterbese. Qui, in particolare, si parla di anziani “alzati” alle quattro e mezza del mattino e a letto già “cenati” nel primo pomeriggio.
Carabinieri – Nas – Foto d’archivio
Sveglia all’alba e a letto prima delle galline. Sono solo due dei particolari emersi durante l’udienza di ieri del processo – per maltrattamenti aggravati, abbandono di incapace e norme igienico-sanitarie violate – ai gestori di una casa di riposo a conduzione familiare del comprensorio del lago di Bolsena, finita nel mirino dei carabinieri del Nas in seguito alla morte 24 ore dopo il ricovero, all’ospedale di Acquapendente, di un’anziana deceduta il 20 dicembre 2015.
Imputati madre e due figli. Fatti datati, per i quali il dibattimento è entrato nel vivo a distanza di anni. Le condotte contestate abbracciano un arco temporale che va da gennaio 2012 a maggio 2016. Tre gli imputati, difesi dall’avvocato Sergio Finetti di Orvieto. Si tratta di madre e due figli, un maschio e una femmina, quest’ultima anche infermiera della struttura. Davanti al giudice Daniela Rispoli, il medico che esaminò per i carabinieri del Nas la cartella clinica dell’anziana deceduta in ospedale, tre operatori socio sanitari e un’assistente sociale.
“Magna, sennò te sbatto il muso nel piatto”. Sarebbe stata una delle frasi ricorrenti rivolte agli anziani. Ma di cibo nei piatti ce ne sarebbe stato poco. A colazione sarebbe stato servito loro una sorta di “pappone”. “La sera prima veniva messo a mollo in un pentolone il pane raffermo con acqua, latte e un po’ di orzo, che la mattina successiva veniva versato nelle ciotole”, hanno spiegato gli oss.
“Alle 15 avevano già cenato”. Nella casa di riposo in media una quindicina di anziani, per lo più non autosufficienti. “Il primo giorno di lavoro sono entrata in servizio alle 15, erano tutti già a letto e mi dissero che avevano già cenato”, ha detto una oss, rimasta solo una settimana. “Il pannolone veniva cambiato una volta al giorno”, ha detto un’altra, “scappata” dopo meno di un mese. “L’unica che ho visto mangiare era la sola anziana lucida, una donna del posto cui portava il cibo il figlio da fuori”, ha spiegato.
Anziani legati con legni e corde. Da gennaio 2012 a marzo 2013. Ha resistito poco più di un anno un oss, costretto a licenziarsi dopo essere “venuto alle mani” con la figlia infermiera della titolare. È stato lui a spiegare in aula cosa fosse il “marchingegno di legno legato ai braccioli con delle corde”, usato come mezzo di contenzione: “Era una specie di tavolinetto fissato alle poltrone”, ha detto. Altri testi hanno descritto gli anziani bloccati nelle poltrone “mediante lenzuola annodate alle spalliere”.
Freddo e gelo. L’impianto di riscaldamento durante l’inverno sarebbe stato acceso solo nel salone, con gli anziani avvolti nelle coperte sulle carrozzine, mentre le camere sarebbero state tenute al freddo e al gelo. “La stanza dove veniva fatta loro la doccia la mattina, era scaldata con una piccola stufa elettrica”, è emerso.
Pasti “francescani”. Alla bisogna, gli oss avrebbero anche somministrato le medicine e praticato le iniezioni. Frugalissimi i pasti, a parte il “pappone” della colazione delle 8, sarebbero stati serviti pasta o minestra al pranzo delle 11,30 e alla cena del “primo pomeriggio”.
“Mai botte, solo parole”. Gli anziani, in compenso, non sarebbero “mai stati picchiati, solo aggrediti a parole”. Secondo l’operatore socio sanitario, l’infermiera avrebbe avuto un carattere tremendo, “bastava un niente per farla scattare”. Ma qualche ospite ci avrebbe messo del suo.
Vecchietta “impertinente”. Un’anziana – che secondo l’accusa sarebbe stata vittima “prediletta” di maltrattamenti – a detta del teste sarebbe stata “una impertinente, che chiedeva continuamente di andare al bagno e si lamentava sempre del cibo”. Come dire che le avrebbe tolte dalle mani. Ma picchiati mai.
Il processo riprenderà dopo l’estate.
Silvana Cortignani
– “Mettevano le anziane in castigo legandole sulla carrozzina, con la faccia rivolta verso il muro”
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
