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Tribunale - Ospizio lager - Agghiacciante testimonianza di una oss - Imputati di maltrattamenti due operatrici e il responsabile della struttura - Parte civile la figlia di una vittima

“Mettevano le anziane in castigo legandole sulla carrozzina, con la faccia rivolta verso il muro”

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Una pattuglia dei carabinieri

Una pattuglia dei carabinieri

Civita Castellana – “Un demonio”. Così una oss ha definito una operatrice della casa di riposo “ospizio lager” del comprensorio di Civita Castellana dove all’epoca lavorava. Il “demonio” è finita a processo assieme a una collega e al responsabile della struttura per maltrattamenti aggravati sugli anziani davanti al giudice Daniela Rispoli.

“Lei era un demonio, ma faceva lo stesso anche l’altra operatrice. Mettevano in castigo le nonnine ‘scomode’ legandole sulla carrozzina con la faccia rivolta verso il muro. Una in particolare, che era tanto buona ma parlava sempre. Le dava pure le goccette di giorno per farla dormire, così non la disturbava”, ha proseguito la testimone, sentita assieme ad altre due Oss dai carabinieri nel 2018, dopo che la figlia dell’anziana ha sporto querela, costituendosi parte civile al processo.

“Dopo la denuncia, andammo a fare un sopralluogo – ha riferito uno dei carabinieri che si sono occupati delle indagini – trovando il parroco che diceva messa per otto anziane, mentre una era in camera e un’altra era legata vita e braccia sulla sedia a rotelle in un angolo della medicheria con la faccia rivolta verso il muro”.

I fatti contestati ai tre imputati vanno dal primo giugno 2017 al 30 giugno 2018. Agghiacciante la deposizione della Oss che, dopo avere lavorato quattro mesi presso l’alloggio per anziani, adesso lavora in ospedale. 

“La nonnina chiacchierona era la sua vittima preferita. Siccome voleva sempre alzarsi dalla carrozzina, un giorno l’ha alzata, lasciandola subito senza sostegno, mentre le urlava ‘devi stare in piedi’, facendola cadere sulle ginocchia e farsi male. Non la sopportava. Un giorno che la figlia le aveva portato del cibo da casa, lo ha preso dalla dispensa e, credo per sfregio, se lo è mangiato lei. Le dava fastidio il bla bla, così le dava le goccette per farla dormire anche durante il giorno”, ha proseguito.

Accuse pesanti. “Lei faceva il boss. I maltrattamenti da parte sua e della collega erano quotidiani Se finivano il turno alle 14, levavano il piatto alle nonnine anche se non avevano finito di mangiare. Per fare dispetti alle colleghe, davano la purga alle ospiti a fine turno, così chi veniva dopo trovava un disastro, con tutte le anziane da cambiare nello stesso momento. La violenza nei loro confronti era fisica e verbale. Spesso trovavamo le nonnine con lividi e tumefazioni. Forse erano cadute o forse no”.

Un fiume in piena. “Se in dispensa c’era il pollo o altri cibi scaduti, su ordine del responsabile, dovevano esser cucinati lo stesso. Le verdure venivano al più passate sotto l’acqua, mai lavate. Siccome io mi rifiutavo di cucinare cibi scaduti e mi sono lamentata col responsabile, le confezioni venivano messe via senza le etichette”.

“Le ospiti arrivavano sulle proprie gambe e in breve finivano in carrozzina”, la conclusione. Il processo riprenderà a febbraio. 


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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27 giugno, 2024

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