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Viterbo – (sil.co.) – Torna a far parlare di sé il detenuto per delitti di mafia Giovanni Di Giacomo.
Stavolta il boss di Porta Nuova, già componente del gruppo di fuoco agli ordini di Pippo Calò, si è visto negare uno sconto di pena che aveva chiesto in virtù di un guasto al pulsante di scarico del water della cella dove si trova ristretto in regime di carcere duro.
Dietro le sbarre da 33 anni, sta scontando l’ergastolo per due omicidi commessi all’inizio degli anni Ottanta, diverse condanne per mafia e una per avere tentato di uccidere un altro detenuto a colpi di fornellino da campo nel 2011.
Di Giacomo, noto per i suoi ricorsi in cassazione, è il settantenne di Palermo al 41 bis al “Nicandro Izzo” di Viterbo – detenuto dal 1991 – cui a luglio 2022 la suprema corte aveva detto no alla richiesta di un permesso premio per effettuare i colloqui coi familiari nel giardino del carcere di Mammagialla.
L’anno scorso, a proposito dell’ergastolo ostativo, Di Giacomo scrisse invece al magistrato di sorveglianza di Viterbo chiedendo di poter accedere al suicidio assistito, ottenendo visibilità a livello nazionale. Pochi mesi fa la cassazione ha bocciato il suo ricorso per avere una macchina da scrivere in cella.
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Lo scorso 30 maggio è stato bocciato un ulteriore ricorso di Di Giacomo, contro l’ordinanza con cui il 26 gennaio 2024 il tribunale di sorveglianza di Roma ha rigettato il reclamo avverso l’ordinanza con cui, il 17 novembre 2022, il magistrato di sorveglianza di Viterbo aveva respinto l’istanza presentata dall’ergastolano, finalizzata a ottenere una riduzione di pena, per effetto delle condizioni detentive patite presso la casa circondariale di Viterbo.
“Il rigetto del reclamo – si legge nelle motivazioni – era giustificato sulla base delle informazioni acquisite presso la struttura penitenziaria dove Di Giacomo era stato ristretto, dalle quali emergeva che l’assenza del pulsante di scarico del water lamentato dal detenuto non concretizzava condizioni degradanti, attesa l’esistenza dell’acqua corrente all’interno della cella di detenzione, che consentiva di pulire senza difficoltà il bagno dopo l’espletamento dei bisogni fisiologici”.
Il ricorso proposto da Giovanni Di Giacomo è stato ritenuto infondato. “Le condizioni detentive di cui aveva usufruito presso la casa circondariale di Viterbo – viene sottolineato – erano tali da escludere trattamenti inumani e degradanti, sulla scorta dei principi affermati nella decisione della Corte Edu del caso ‘Torreggiani contro Italia’, così come costantemente interpretati da questa corte”.
In conclusione: “L’assenza del pulsante di scarico del water del bagno annesso al locale di pernottamento risulta legittima perché non integra un quadro di detenzione inumana o degradante (…) e non incide sui diritti soggettivi del detenuto (…), ma è determinata esclusivamente da esigenze di natura tecnica”.
