Viterbo – (sil.co.) – Fuori dal carcere dal 17 luglio, dopo oltre un anno a Mammagialla, il “pescatore” nei giorni scorsi avrebbe cercato di contattare e minacciato la ex dagli arresti domiciliari, finendo nel giro di meno di un mese nuovamente dietro le sbarre. È successo ieri, quando alla vista della polizia ha sputato agli agenti e tentato senza riuscirci di guadagnarsi la fuga (Tenta la fuga da casa dove era ai domiciliari a suon di calci e sputi ai poliziotti).
Più volte sono intervenuti polizia e carabinieri
Ieri è scattato l’aggravamento della misura, come era già successo il 20 giugno 2024, quando era ai domiciliari per il pesce scappato ed è finito per la prima volta al Nicandro Izzo di Viterbo. Per gli inquirenti un soggetto pericoloso. In passato avrebbe minacciato la vittima dicendole che una volta uscito dalla galera, avrebbe ammazzato la sua famiglia e l’avrebbe portata via.
Si tratta del 33enne viterbese che più volte è stato difeso in tribunale dai suoi genitori. Ottenuti lo scorso 17 luglio, su istanza del difensore Giovanni Labate, gli arresti domiciliari rafforzati dal braccialetto elettronico, avrebbe cercato di mettersi in contatto con la 25enne con cui ha convissuto tra luglio 2023 e maggio 2024.
Il giovane è tuttora a processo per maltrattamenti, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale davanti al giudice Jacopo Rocchi, che gli ha dato fiducia un mese fa, concedendogli di lasciare il carcere. La prossima udienza si terrà a settembre, quando è prevista anche la sentenza. Parti civili con l’avvocato Stefano Billi la ex, il padre, la madre e il fratello della giovane vittima, che fu picchiata per un pesce scappato la notte del 13 maggio 2024 sul lago di Bolsena, mentre nei giorni successivi furono aggrediti anche i familiari.
Un genero da incubo, secondo i genitori della 25enne, che si sono visti portare via la figlia in meno di un mese, tra giugno e luglio 2023, per poi riprendersela al pronto soccorso dell’ospedale Santa Rosa a distanza di meno di un anno con un braccio rotto dopo una notte di pesca sul lago.
Seduta in macchina con il sangue che le colava dal naso, graffi ovunque e un polso evidentemente rotto, dopo avere chiamato lei stessa i carabinieri, al loro arrivo guardava il fidanzato intento a pescare in riva al lago, dicendo loro: “Sono caduta”.
“Poco dopo è crollata, scoppiando a piangere e ammettendo di essere stata vittima di un’aggressione per un pesce scappato, quindi abbiamo chiamato l’ambulanza, mentre il ragazzo le urlava ‘tu non vai da nessuna parte, sei mia’, scagliandosi contro di noi, minacciandoci con frasi tipo ‘sono un pregiudicato, sono cresciuto a Tor Bella Monaca. All’arrivo del 118, voleva salire sull’ambulanza per fare scendere la ragazza, urlando ‘lei da qui non si muove, è di mia proprietà’, per cui siamo stati costretti a portarlo in caserma”, ha spiegato in udienza uno dei militari intervenuti in soccorso della parte offesa.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”
Viterbo – Il carcere Nicandro Izzo

