Non si tratta di un refuso secondario. Le pietre d’inciampo esistono proprio per questo: restituire con precisione nomi, luoghi e date, sottraendoli all’approssimazione e all’oblio. Quando l’errore riguarda il giorno della morte, l’omaggio perde parte del suo senso.
L’elemento che rende la vicenda ancora più difficile da comprendere è che alla posa della pietra erano presenti non solo rappresentanti istituzionali e associazioni, ma anche uno storico: Maurizio Ridolfi, presidente di Istoreco. Una presenza che, per definizione, richiama al rigore delle fonti e alla correttezza storica.

Viterbo – La posa della pietra d’inciampo in ricordo del partigiano Mariano Buratti in via Saffi 1 dove abitava
Buratti non è una figura qualsiasi. Nato a Bassano Romano il 15 gennaio 1902, finanziere e insegnante del liceo classico che oggi porta il suo nome, dopo l’8 settembre 1943 scelse la Resistenza. Fu arrestato il 13 dicembre 1943 sul piazzale di ponte Milvio, rinchiuso prima a via Tasso e poi a Regina Coeli, torturato e infine ucciso. La sua vicenda è ampiamente documentata, così come lo è la data della sua fucilazione.
Sbagliare è umano, ma qui l’errore pesa di più. Perché avviene in un contesto solenne, costruito attorno alla memoria pubblica. E perché riguarda un eroe della Resistenza, insignito della medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
La memoria non è solo celebrazione. È anche responsabilità. Incidere una data su una pietra significa fissarla nel tempo e nello spazio, consegnarla alle generazioni future. Proprio per questo, quando si sbaglia, non basta archiviare la questione come una svista.
Una pietra d’inciampo con una data errata non è solo un errore materiale. È un inciampo simbolico. E la storia di Mariano Buratti merita rispetto, precisione e verità. Anche, e soprattutto, nei dettagli.