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Addio a Pio Marcoccia, il galantuomo della politica che univa intelligenza, ascolto e gentilezza

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Pio Marcoccia

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Viterbo - La Pietà di Sebastiano del Piombo è tornata a San Francesco - L'ex sindaco Pio Marcoccia

Viterbo – La Pietà di Sebastiano del Piombo è tornata a San Francesco – L’ex sindaco Pio Marcoccia

Viterbo – Intelligenza, gentilezza, correttezza. E quella capacità, oggi sempre più rara nella politica, di ascoltare prima di parlare. Di capire prima di decidere. Di rispettare gli interlocutori anche nel confronto più difficile.

Francesco Pio Marcoccia, già sindaco di Viterbo, è stato salutato ieri pomeriggio nella chiesa della Trinità. Un addio commosso, nel quale è tornata più volte l’immagine di un uomo delle istituzioni lontano dal rumore, dalla propaganda e dall’arroganza, dalla supponenza. Un amministratore che alla città ha dato competenza, passione civile e senso del dovere.

Architetto, urbanista, esponente della Democrazia cristiana, Marcoccia apparteneva a una stagione politica in cui il rispetto personale non era considerato debolezza, ma forza. La politica era fatta di studio, preparazione, relazioni umane, prudenza e capacità di governo. Un modo di intendere l’impegno pubblico che oggi appare sempre più distante dal linguaggio aggressivo, gridato e semplificato della vita politica contemporanea. E non c’era spazio per scappati di casa e incompetenti.

Marcoccia aveva un tratto che non si improvvisa: l’autorevolezza naturale di chi non ha bisogno di alzare la voce per essere ascoltato. Era gentile senza essere debole, fermo senza essere ruvido, elegante senza ostentazione. In lui la competenza non diventava mai superiorità, ma responsabilità. La cultura non era mai esibizione, ma strumento per leggere la città, comprenderne le ferite, immaginarne un futuro.

Una delle ultime volte in cui ho incontrato Pio è stata l’inaugurazione e collocazione della copia, regalata da Tusciaweb ai francescani, della Pietà di Sebastiano del Piombo nella chiesa di San Francesco. C’era lui quando collocammo la riproduzione nel luogo per il quale Sebastiano del Piombo l’aveva pensata e realizzata.

Scambiammo qualche parola. E lui, sempre pacatamente e con autorevolezza, apprezzò il nostro gesto: il dono fatto ai francescani, il recupero di un pezzo di cultura cittadina e universale. Bastarono poche parole per ritrovare il suo stile. Quello di un gentiluomo di altri tempi, sempre elegante, sempre attento, sempre autorevole.

Certo, ogni volta che ci vedevamo si incontravano due culture diverse. Io nato in un quartiere popolare, militante comunista, cultore e alla sequela della teologia della liberazione di Gustavo Gutiérrez. Lui democristiano, aristocratico, nel senso più positivo e nobile, nell’aspetto e nei modi, pacato. Eppure, in quei tempi, ci si poteva capire e rispettare. Ci si poteva parlare da posizioni diverse senza trasformare la differenza in insulto, la distanza in inimicizia, il confronto in delegittimazione.


Anche per questo la figura di Marcoccia oggi pesa di più. Perché richiama un mondo politico nel quale le appartenenze erano forti, ma non cancellavano le persone. Nel quale si poteva essere avversari senza diventare nemici. Nel quale il rispetto non era una concessione, ma una regola di civiltà. Per capirci non si andava in casa di presunti amici o nemici politici per enunciare il metodo politico consistente nell’individuare e colpire il più debole risultante dallo stato di famiglia. Altri tempi insomma. Sì, la gentilezza non era fuori moda, perfino per chi come chi scrive veniva da un quartiere aspro e ruvido come il Pilastro.

A ricordare Pio, durante il funerale, anche Raffaela Saraconi, ex assessora comunale della giunta guidata da Leonardo Michelini. Il suo è stato un saluto personale e insieme pubblico, costruito attorno alla gratitudine per un uomo che, ha detto, “mi hai insegnato tanto”.

“Non è facile raccontarti con poche parole perché eri una persona ricca e complessa – ha detto Saraconi -. Architetto, uomo delle istituzioni, imprenditore, cittadino appassionato. Ma prima di ogni ruolo, sei stato un uomo capace di lasciare un segno”.


Un segno lasciato soprattutto nel rapporto con Viterbo. Marcoccia conosceva la città, ne osservava i cambiamenti, ne intuiva le fragilità. Non la guardava da lontano, ma la seguiva da dentro, con attenzione e lucidità. “Amavi la tua città e la conoscevi come pochi altri – ha ricordato Saraconi -. Nulla ti era indifferente”.

Nel suo intervento, l’ex assessora ha insistito sul valore civile della professione e dell’impegno pubblico. “Ci ha insegnato che l’etica non è un ornamento della professione, ma la sua radice e che, prima ancora di appartenere al lavoro, appartiene alla vita”.

È forse in queste parole che si concentra il senso più profondo del ricordo. Marcoccia viene descritto come un uomo che non separava competenza e responsabilità, tecnica e umanità, ruolo pubblico e comportamento privato. Un politico capace, ma anche educato. Determinato, ma mai sguaiato. Esigente, ma disposto ad ascoltare.

“Da sindaco di Viterbo hai portato nelle istituzioni la tua lucidità, il tuo intuito, la tua visione – ha ricordato ancora Saraconi -. La tua è stata una politica alta, concreta, operosa. Vicina ai problemi reali, alla sostanza delle cose, al destino della comunità”.

Una politica che cercava soluzioni, non effetti. Non propaganda. Che pretendeva studio, tempo, pazienza. “Sapevi ascoltare l’umore della città e trasformarlo in pensiero, progetto e azione”, ha aggiunto Saraconi.

Ecco un altro tratto che oggi appare quasi controcorrente: l’ascolto. Marcoccia ascoltava. Ascoltava i cittadini, gli interlocutori, gli avversari, i tecnici, chi gli portava un problema e chi gli proponeva una visione diversa. Non era l’ascolto formale di chi aspetta solo il proprio turno per replicare. Era attenzione vera, curiosità, capacità di entrare nel merito. Anche quando non condivideva, non liquidava. Anche quando dissentiva, non umiliava.

Nel ricordo è emerso anche il Marcoccia degli ultimi anni, sempre attento alle vicende di Viterbo, sempre interessato alle sue prospettive. Un osservatore partecipe, mai indifferente. “Le tue soluzioni non sono state mai banali, mai superficiali, mai scontate”, ha sottolineato l’ex assessora.

Poi il passaggio più commosso, quello sulla malattia. “Il tuo valore non è stato scalfito dalla malattia. Mai un lamento, mai una recriminazione. Hai combattuto con forza e dignità fino all’ultimo”.

Alla fine resta l’immagine di un uomo intelligente e gentile, competente e corretto, capace di attraversare le istituzioni senza perdere misura e umanità. Un politico che sapeva ascoltare i cittadini e rispettare gli avversari. Un valore che oggi sembra appartenere a un’altra epoca, ma proprio per questo pesa ancora di più nella memoria della città.

“Sempre presente. Sempre propositivo. Sempre tu”, ha detto Saraconi.

E Viterbo, ieri, ha salutato proprio questo: non solo un ex sindaco, ma un modo di essere nelle istituzioni. Un modo di stare nella politica, nella professione, nella città. Con stile. Con rispetto. Con quella gentilezza intelligente che non era forma esteriore, ma sostanza morale.

Carlo Galeotti


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Il sentito e commovente ricordo di Pio Marcoccia di Raffaela Saraconi

Ciao, Pio. Questo è il mio ultimo saluto dopo aver percorso tanta strada insieme. Perché so che te lo aspetti. Mi hai insegnato tanto. Non è facile raccontarti con poche parole perché eri una persona ricca e complessa. Architetto, uomo delle istituzioni, imprenditore, cittadino appassionato. Ma prima di ogni ruolo, sei stato un uomo capace di lasciare un segno.

Amavi la tua città e la conoscevi come pochi altri. Ne seguivi i movimenti, le attese, le contraddizioni, in quel suo continuo oscillare tra immobilismo e cambiamento. Nulla ti era indifferente. Guardavi ciò che accadeva intorno a te con curiosità e attenzione, con quello sguardo acuto di chi sa vedere oltre l’apparenza delle cose, con la lungimiranza che ti caratterizzava.

Da giovane assessore della Pubblica istruzione e dei Lavori pubblici hai lasciato il segno. Ancora giovanissimo, hai fondato l’Ordine degli architetti di Viterbo nella profonda convinzione del ruolo civile dell’architetto. A noi, che abbiamo condiviso con te un tratto di strada, ha insegnato il significato più alto del nostro mestiere, inteso come servizio per la collettività.

Ci ha insegnato l’etica, ci ha insegnato che l’etica non è un ornamento della professione, ma la sua radice e che, prima ancora di appartenere al lavoro, appartiene alla vita. Da sindaco di Viterbo hai portato nelle istituzioni la tua lucidità, il tuo intuito, la tua visione. La tua è stata una politica alta, concreta, operosa.

Lontana dai programmi e dal rumore, vicina ai problemi reali, alla sostanza delle cose, al destino della comunità. Sapevi ascoltare l’umore della città e trasformarlo in pensiero, progetto e azione. Quando hai concluso il servizio, sei tornato alla tua vita. Hai lasciato il segno perché eri intelligente, capace e tenace. Con pazienza, dedizione e abnegazione, hai saputo moltiplicare i tuoi talenti e metterli al servizio di tutti.

Hai seguito fino all’ultimo le vicende di Viterbo, le sue dinamiche, le sue prospettive. Lo hai fatto con lo spirito arguto dell’osservatore sapiente, di chi ha attraversato la vita senza subirla, ma cercando sempre di comprenderla e di guidarla al bene. Per te, ogni sfida era un’occasione per riflettere, per capire, per imparare, e le tue soluzioni non sono state mai banali, mai superficiali, mai scontate.

Sei stato un imprenditore di eccellenza perché hai sempre creduto nel valore della disciplina, della responsabilità, della progettualità, della visione. Hai agito sempre con fedeltà a te stesso e ai tuoi valori. In te hanno sempre prevalso il senso pratico, l’avvedutezza, la capacità di proporre, di costruire, di affrontare e superare le avversità.

Ti sei confrontato con tutti senza pregiudizi e senza paura. Tantissimi colleghi oggi qui ti ricordano con affetto e stima. Ognuno conserva un episodio, una parola, un consiglio. Sapevi ascoltare tutti, sempre con attenzione e premura. Eri un interlocutore accorto, esigente, generoso, sempre capace di offrire riflessioni preziose e di indicare una direzione.

Il tuo valore non è stato scalfito dalla malattia. Mai un lamento, mai una recriminazione. Hai combattuto con forza e dignità fino all’ultimo, con il pensiero sempre rivolto alla tua famiglia, ai progetti ancora aperti alla vita. Sempre presente. Sempre propositivo. Sempre tu.

Sei stato artefice di bellezza, quella fatta di equilibrio e misura, i tratti distintivi del tuo essere.

Di tutte queste qualità, si è nutrita la tua vita e oggi ricordiamo il tuo sguardo lucido, la tua voce ferma, la tua intelligenza viva e quella capacità rara di unire pensiero e azione, rigore e umanità, visione e concretezza.

Grazie, Pio, per quello che sei stato, per quello che hai realizzato. E per ciò che hai saputo trasmettere a chi ha avuto il privilegio di incrociare il tuo cammino.


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