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“Ciao don Giuseppe, il tuo sorriso resterà con noi”

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Viterbo – (c.g,) – C’è chi lo ricorda mentre entrava nelle stanze dell’ospedale e riusciva a strappare un sorriso anche a chi stava male. Chi lo aspettava nonostante fosse atea. Chi, malato di tumore, si è sentito ripetere da lui di non arrendersi. Chi lo incontrava dopo un parto e chi, giovane professionista della sanità, trovava in lui una guida davanti alla sofferenza e alla morte.

Sono tantissimi i ricordi via social che in questi giorni stanno restituendo il volto di don Giuseppe Giulianelli, salutato l’altro ieri mattina nella cattedrale di San Lorenzo.

Un sacerdote che per generazioni di viterbesi è stato soprattutto una presenza. Discreta, quotidiana, familiare.

“Il prete del sorriso”, lo definisce Nicoldora. Ed è proprio il sorriso il filo che attraversa decine di testimonianze.

Don Giuseppe Giulianelli

Don Giuseppe Giulianelli


Paola torna con la memoria al 1986. Era ricoverata in ortopedia, in trazione. Don Giuseppe sapeva che era atea, ma continuava a passare nella sua stanza per lasciarle “qualche bella parola incoraggiante” e un sorriso. Lei gli rispondeva che con lei non avrebbe funzionato. Ma quelle visite, racconta oggi, le facevano molto piacere.

Un piccolo episodio che forse racconta don Giuseppe meglio di tante definizioni. Non chiedeva a chi aveva davanti quale fosse la sua fede. Entrava in una stanza e cercava una persona.

Mariarita lo ricorda invece nel reparto maternità. Dopo aver percorso gli altri reparti dell’ospedale, passava dalle mamme e dai bambini. Diceva che quei piccoli sorrisi gli servivano quasi per ricaricarsi e ripartire.

Licia conserva lo stesso ricordo: don Giuseppe che andava a trovare le partorienti.

Simonetta racconta una vicinanza ancora più personale. Durante la malattia oncologica don Giuseppe la sosteneva e la incoraggiava: “Forza, mi raccomando, la Madonna ti aiuta”. Parole che non ha dimenticato.

Emanuela ricorda quello che il sacerdote fece per lei e per sua madre mentre il padre era ricoverato. Rosalba racconta che suo padre rimase a lungo al Santa Rosa e don Giuseppe gli portava sempre conforto.

Domenico ha lasciato una delle immagini più efficaci: don Giuseppe, scrive, aveva praticamente “consumato i corridoi” del Santa Rosa a forza di percorrerli avanti e indietro, reparto dopo reparto, per raggiungere i ricoverati.

Antonio osserva che chiunque sia passato almeno una volta dall’ospedale di Viterbo difficilmente può non averlo conosciuto.

Roberto arriva a definirlo “un monumento per l’ospedale di Viterbo”, ricordando le tante persone che aveva aiutato. Mina lo considera una guida non soltanto per i pazienti, ma anche per il personale sanitario.

Viterbo - I funerali di don Giuseppe Giulianelli officiati dal vescovo Orazio Francesco Piazza

Viterbo – I funerali di don Giuseppe Giulianelli officiati dal vescovo Orazio Francesco Piazza


Mario torna al 1981, quando da giovane professionista della salute si trovava ad affrontare la malattia e la morte. In quei momenti, racconta, don Giuseppe fu una vera guida spirituale. Non soltanto dunque il cappellano dei ricoverati, ma una presenza anche per medici, infermieri e operatori.

Qualcuno lo ricorda ancora prima del Santa Rosa, nel vecchio ospedale degli Infermi.

Max era bambino quando venne ricoverato e conserva ancora nella memoria la sua presenza. Rosella ricorda prima l’ospedale vecchio e poi il Santa Rosa, sempre con don Giuseppe che passava tra i malati con una parola di conforto.

Ma la vita di don Giuseppe non è stata soltanto ospedale.

Per molti viterbesi è stato il professore di religione.

Giulio lo ebbe come insegnante tra il 1968 e il 1971 e lo descrive come un uomo calmo e coinvolgente, “un pastore”. Alberto ricorda quando arrivava alle elementari Goffredo Mameli per insegnare religione. Rosita lo ebbe sia alle elementari sia alle medie e, molti anni più tardi, lo ritrovò in ospedale.

Oriana racconta un episodio di circa quarant’anni fa. Era stata sua alunna alle medie e in seguito lo incontrò mentre era ricoverata. Aveva con sé la fotografia del figlio piccolo. Don Giuseppe la guardò e scherzando le domandò se quello fosse suo fratello.

Una battuta rimasta intatta nella memoria dopo quattro decenni.

C’è poi chi lega don Giuseppe ai momenti più importanti della propria vita.

Livia racconta che fu prima il suo professore di religione e poi il sacerdote che nel 1979 celebrò il suo matrimonio nella basilica della Quercia.

Angela ricorda anche lei di essere stata sposata da don Giuseppe e parla di “una grande persona e un gran sacerdote”, sempre capace di offrire speranza ai malati.

Alessandra lo rivede parroco di Santa Maria Nuova quando era bambina. Ennio lo chiamava semplicemente “don Peppe” fin da quando arrivò nella parrocchia di San Lorenzo e racconta un rapporto di amicizia e stima rimasto immutato nel tempo.

Daniele va ancora più indietro: lo aveva conosciuto quando era seminarista e in famiglia era semplicemente “Peppino”.

Valeria ricorda invece il primo sacerdote che la accolse quando arrivò a Viterbo. Un giorno, in piazza San Lorenzo, don Giuseppe le raccontò la storia del conclave nel palazzo dei Papi. Anche quel colloquio è rimasto nella sua memoria.

Sono frammenti di vite diversissime che finiscono tutti per incrociare la stessa persona.

Il bambino ricoverato, la donna in ortopedia, la partoriente, il malato oncologico, l’infermiere alle prime armi, lo studente, gli sposi davanti all’altare.

È forse questa la dimensione più evidente lasciata dalla morte di don Giuseppe Giulianelli: non il ricordo pubblico di un sacerdote lontano, ma una quantità impressionante di ricordi privati.

Piccole storie personali che, messe insieme, diventano la storia di un’intera città.

“Una presenza discreta, costante e sempre sorridente”, scrive Giuseppina.

“Una luce nelle corsie dell’ospedale”, ricorda Lorella.

E Ada lo saluta con poche parole che sembrano riassumere tutte le altre: “Avevi sempre un sorriso, una parola per tutti. Mancherai”.


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