Viterbo – Ci sono eventi culturali ed eventi che di cultura non hanno niente. Ci sono eventi con l’anima ed eventi senza anima. Ci sono eventi che si dedicano a una cultura celebrativa e inutilmente ornamentale ed eventi che producono cultura, producono conoscenza, producono valori forti come cristalli.
Ecco, il premio Mattia Torre è un evento culturale con un’anima che produce fatti culturali. Non basta: il premio Mattia Torre è un vero spettacolo. Uno spettacolo che rende omaggio a un grande dello spettacolo. A cui partecipa il gotha degli attori italiani e degli uomini e donne di spettacolo italiani. Giganti che ricordano un gigante. Ad iniziare dalla caustica Geppi Cucciari. Che sembra essere nata su un palcoscenico. Padrona del palcoscenico. Con la battuta sarcastica che va alla velocità della luce. Uno splendore intellettuale.
Viterbo – Il premio Mattia Torre – Geppi Cucciari
Ma i personaggi nelle due serate del premio Mattia Torre sono stati infiniti. Caterina e Sabina Guzzanti. La mia preferita da sempre è Caterina, che unisce al marchio di fabbrica della famiglia Guzzanti, l’intelligenza ironica della realtà, una perspicacia e una grazia mai viste. Quando si dice una famiglia i cui componenti sono tutti marchiati da un’intelligenza superiore dedicata all’ironia, alla satira. Geniale il padre Paolo, genialissimo il fratello Corrado. Vien da pensare che il nostro Dio, il dio di Spinoza, che miracoli non li può fare, in questo caso abbia trasceso la sua impotenza e abbia dedicato a questa famiglia un’attenzione, che non può avere, particolare.
Viterbo – Il premio Mattia Torre – Caterina Guzzanti
E poi, di genio in genio, Valerio Aprea. Matto come un cavallo matto. Formidabile come sempre nella sua recitazione sincopata. Roba da vedere e rivedere all’infinito. Grande. Grandissimo.
Viterbo – Il premio Mattia Torre – Valerio Aprea
Poi quest’anno c’è stato lui, Zerocalcare, personaggio internazionale. Le sue serie sono state tradotte in mezza Europa. È uno dei pochi uomini che vale la pena di incontrare, conoscere, leggere. Ecco, quest’anno Mauro Morucci, col suo Tuscia Film Fest e il premio, ha regalato alla città un evento di portata internazionale. Solo Zerocalcare valeva tutto lo spettacolo, col suo amico Ziggy. Un cagnetto che lo deve sopportare e che sul palco appariva più a suo agio del padrone. Uno spettacolo nello spettacolo. Denso di intelligenza, di grave e preoccupata umanità.
Viterbo – Il premio Mattia Torre – Zerocalcare con Ziggy e Geppi Cucciari
Elencare tutti i grandi presenti al premio è difficile. Ma ci provo: Geppi Cucciari, Zerocalcare, Caterina e Sabina Guzzanti, Valerio Aprea, Betti Pedrazzi, Giorgio Tirabassi, Cristina Pellegrino, Alessandro Tiberi, Pietro Sermonti, Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo, Carlo De Ruggieri, Giulia Mombelli, Luca Amorosino, Massimo De Lorenzo, Andrea Salerno, Giuliano Taviani, Carmelo Travia, Michela Paschetto, Nico Torre, figlio di Mattia Torre, Enrico Magrelli e Francesca Rocca, vedova di Torre.
Poi c’è stato il portato di un evento culturale vero. Il prodotto letterario: i racconti dei sette finalisti. “Il pozzo di Valloxen” di Giulio Armeni, “Poi mi viene l’ansia” di Francesca Bertozzi, “Gli piaccio o non gli piaccio?” di Laura Guerrieri, “Cronache ospedaliere” di Stefano Rinaudo, “Lucio” di Fabrizio Sani, “Il curioso caso del Bulldog” di Nemanja Suvajac e “Nutella Love” di Giulietta Tisminetzky. Tutti belli, alcuni bellissimi. Ad iniziare dal vincitore Fabrizio Sani con “Lucio”. Qualcuno di questi, ne sono certo, ce lo ritroveremo come sceneggiatore tra qualche anno.
Viterbo – Il premio Mattia Torre – Il vincitore dell’edizione 2026 Fabrizio Sani
Certo il Mattia Torre è un evento culturale di prima grandezza. Capace di poter sbarcare in qualsiasi città europea. Pronto per la diretta televisiva. Niente a che vedere con certe immondizie e accozzaglie pseudoculturali finanziate dall’amministrazione Frontini. Roba buona solo per fare propaganda elettorale e raccogliere un po’ di voti. Il Mattia Torre è un’altra cosa. E purtroppo si vede a occhio nudo. È la differenza tra un evento frutto dell’intelligenza delle cose e altri eventi frutto della dabbenaggine di provincia.
Ovviamente la sindaca di Viterbo Chiara Frontini non ha mancato di fare la brutta sua figura di rito. Insomma, si sa che la sindaca ci tiene a ’ste cose. Con la sempre sarcastica Cucciari che annuncia così il saluto istituzionale: “Ovviamente non vedete l’ora e fremete per assistere al saluto istituzionale”. Risata generale. E la sindaca che, salita sul palco, non resiste e dice: “Posso anche evitare il saluto”. Come dire: non ho nessuna esigenza. E la Cucciari che spara la battuta: “Che bel clima che si è creato!”. Risate a scroscio.
Evitiamo di mandare la sindaca in eventi troppo grandi per lei. Altrimenti se ne esce al naturale e sono guai. Ricordate il vestito rosa al funerale di Silvio Berlusconi? Tremenda. Tranquilla sindaca, i quasi diecimila euro lordi al mese glieli diamo comunque, ma non ci faccia fare ‘ste figure di m.
È stato più furbo Emanuele Aronne, l’assessorissimo, che si è seduto in platea zitto, zitto. Tanto di cappello. Se non sei della misura giusta, evita almeno di farlo vedere. Vien ancora da dire.
Ancora più furbo l’assessore alla “cultura”, Alfonso Antoniozzi, che mentre partecipa alle cosette pseudoculturali che finanzia, non c’è stato alle due giornate del Mattia Torre. Insomma un assessore che latita negli ultimi tempi. Dopo quattro anni di nulla, certo non si poteva fare vedere in un vero evento culturale. “E che c’entra?”, avrebbero detto gli spettatori presenti. Un grande cantante lirico non è detto che sappia fare cultura. Sa cantare.
Mi dicono: “Alfonso è a Cesena per l’allestimento di uno spettacolo che debutta in questi giorni”. Il grande baritono buffo si decida: o fa il teatrante o fa l’assessore. L’altra sera lui ci doveva essere. E va detto sarebbe stato all’altezza: sul palco Antoniozzi ci sa stare, eccome. Sulla cadrega da assessore un po’ meno.
Quando dico “cultura”, quando dico “anima”, quando dico “intelligenza”, il Mattia Torre mi viene in mente. Le accozzaglie culturali da vetrina elettorale di Frontini e company un po’ meno. Anzi per niente.
Carlo Galeotti
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