Viterbo – (sil.co.) – Vittima di un presunto caso di usura da parte di una finanziaria avrebbe perso tutto. È ripreso lunedì davanti al collegio il processo in cui è imputato un manager 67enne di Magliano Sabina, rinviato a giudizio il 7 ottobre 2021, quando fu invece assolto dal gup il presunto complice che aveva scelto il rito abbreviato, ovvero un ex magistrato romano cinquantenne passato alla professione di notaio.
Indagini della guardia di finanza – Immagini di repertorio
Era il 2008 quando, avendo bisogno di liquidità, la presunta vittima, un imprenditore edile di 66 anni – che avrebbe visto volatilizzarsi un ingentissimo patrimonio immobiliare composto da otto autorimesse, due depositi, un complesso di 12 appartamenti e nove autorimesse e una villa da 800mila euro in Sardegna – si sarebbe rivolta a una finanziaria con sede presso lo studio di un commercialista di Viterbo, che si sarebbe resa disponibile “previa cessione delle quote di maggioranza e conseguente ingresso nella compagine sociale”. La sua società è stata poi dichiarata fallita il 7 agosto 2017.
Il 66enne si è costituito parte civile con l’avvocato Daniele Pitingolo, mentre l’imputato è difeso dall’avvocato Giovanni Labate. Grazie all’operazione, secondo l’accusa, il 10 marzo 2009, il 67enne di Magliano Sabina è stato nominato amministratore unico, carica grazie alla quale avrebbe spogliato patrimonialmente la società degli immobili di proprietà a favore di due altre società a lui ricollegabili, con corrispettivi nettamente inferiori al loro valore di mercato.
L’imprenditore, sentito in tribunale la scorsa primavera, 18 anni dopo i fatti, a causa della vicenda sarebbe caduto in una grave forma di depressione, lamentando danni per quattro milioni di euro. La procura, in fase preliminare, dispose una perizia, affidata al commercialista Giancarlo Puri, che lunedì ha illustrato le sue conclusioni al pm Michele Adragna, confermando che i tassi praticati al 66enne dalla finanziaria erano da usura. La difesa ha sottolineato come non fosse l’imputato a decidere i tassi di interesse.
Il difensore Giovanni Labate
Tra i vari esempi, il consulente ha parlato di un prestito di 35mila euro a dicembre 2007 con tasso indicato al 18%, per il quale l’imprenditore ha restituito 40mila euro tra fine febbraio e fine marzo 2008. “Notevolmente superiore, perché in tre mesi, su base annua, l’incidenza è del 50%, In. altri casi si passa dal 16% al 21%, sempre più alto, proprio per il meccanismo. L’ultimo contratto di finanziamento, del 31 maggio 2009, appena sotto soglia al 15,87% è passato al 17,25%, registrando rispetto al passato un lieve miglioramento, ma sempre alto”.
Poi quel patto, che avrebbe portato alla dispersione dei beni della vittima. “Il patto – ha spiegato Puri – era che la finanziaria acquisisse quote di maggioranza, non so se a garanzia, fino ad arrivare al 51%”. Labate, precisando che era una fase successiva ai contratti di finanziamento, ha chiesto se nel calcolo del tasso effettivo finale siano state incluse le spese vive non rimborsate, tipo i soldi spesi per l’acquisto delle cambialo. In primavera saranno sentiti ulteriori tre testimoni della procura.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

