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Tribunale - Parte offesa un imprenditore edile - Sarebbe partito tutto da un finanziamento di 100mila euro per un complesso residenziale

Vittima di usura testimonia dopo 18 anni: “Ho perso quattro milioni di immobili”

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Viterbo – (sil.co.) – È stato ascoltato per la prima volta in tribunale a distanza di 18 anni dai fatti l’imprenditore edile oggi 66enne che avrebbe visto volatilizzarsi un ingentissimo patrimonio immobiliare composto da otto autorimesse, due depositi, un complesso di 12 appartamenti e nove autorimesse e una villa da 800mila euro in Sardegna.


Indagini della guardia di finanza - Immagini di repertorio

Indagini della guardia di finanza – Immagini di repertorio


Presunta vittima di usura aggravata, parte civile con l’avvocato Daniele Pitingolo, il 66enne ha testimoniato lunedì davanti al collegio presieduto dal giudice Jacopo Rocchi, pm Michele Adragna, al processo in cui è imputato un “manager” di Magliano Sabina, difeso dall’avvocato viterbese Giovanni Labate. Un notaio, ex magistrato, indagato in concorso, è stato assolto dal gup. 

“Sono stato ricattato, ho dovuto cedere – ha riferito in aula la presunta vittima – nel 2010, quando ho perso tutti i miei beni e ho capito di essere stato truffato, ho sporto denuncia alla guardia di finanza”.

“In attesa del mutuo edilizio, avevo bisogno di liquidità per completare un complesso residenziale di 12 appartamenti, ma la mia società era sana e in attivo – ha spiegato – così il mio notaio mi consigliò di prendere dei finanziamenti, per un totale di 100mila euro. che ho restituito firmando sei cambiali da 20mila euro ciascuna, una delle quali per gli interessi, a favore dell’imputato, più il 50 per cento di quote della società a garanzia delle cambiali”.

 “All’ultimo pagamento – ha proseguito – sono stato protestato e ho dovuto cedere il 51 per cento di quote della mia società all’imputato, diventato amministratore unico. Era marzo del 2009.  Nel 2010, volendo vendere un garage, ho scoperto che era stato azzerato tutto il mio patrimonio immobiliare, compresa una villa di famiglia in Sardegna del valore di 800mila euro, che avevo pagato 400 milioni di lire nel 1990”-

Il 66enne, che a causa della vicenda sarebbe caduto in una grave forma di depressione, lamenta danni per quattro milioni di euro, per i quali è pronto a chiedere un risarcimento all’imputato.


Giovanni Labate

Il difensore Giovanni Labate


Sul banco degli imputati un 67enne di Magliano Sabina, rinviato a giudizio il 7 ottobre 2021, quando fu invece assolto dal gup il presunto complice che aveva scelto il rito abbreviato, ovvero un ex magistrato romano cinquantenne passato alla professione di notaio.

Era il 2008 quando, avendo bisogno di liquidità, la presunta vittima si sarebbe rivolta a una finanziaria con sede presso lo studio di un commercialista di Viterbo, che si sarebbe resa disponibile “previa cessione delle quote di maggioranza e conseguente ingresso nella compagine sociale”. La sua società è stata poi dichiarata fallita il 7 agosto 2017.

Grazie all’operazione, il 10 marzo 2009, il 67enne di Magliano Sabina è stato nominato amministratore unico, carica grazie alla quale avrebbe spogliato patrimonialmente la società degli immobili di proprietà a favore di due altre società a lui ricollegabili, con corrispettivi nettamente inferiori al loro valore di mercato.

Avrebbe inoltre sottratto, secondo l’accusa, ingenti somme di denaro a favore della finanziaria, sotto forma di restituzione di finanziamenti, molti dei quali effettuati in contanti, senza alcuna quietanza e per importi nettamente superiori al limite consentito dalla norma di legge sull’utilizzo del contante.

La procura, in fase preliminare, dispose una perizia, affidata al commercialista Giancarlo Puri, che sarà ascoltato alla prossima udienza.

Nelle loro vesti, secondo l’ipotesi accusatoria, gli indagati, uno dei quali è stato per l’appunto assolto nell’autunno del 2021, avrebbero stipulato contratti di finanziamento a favore dell’impresa di costruzioni, praticando tassi che avrebbero superato la soglia prevista in materia di usura.


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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29 aprile, 2026

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