Renzo Trappolini
Viterbo – Dal contado a Viterbo, mattina di Natale. Sole, gente in giro e in piazza del comune ai tavolini dehors del Bar Centrale …pare Cortina. A San Pellegrino è Natale perché una bella ragazza sulle scale di Palazzo degli Alessandri indica un’enorme slitta col Babbo in rosso e prima di piazza San Lorenzo i punti di ristoro sembrano del legno di una Cortina in minore.
Come Pascal (se Dio c’è, bene, se no non ho rischiato) per interesse e contestato dal nipote romano un po’ vetero-comunista (ma è l’età), un attimo nella cattedrale, grigia come i tanti suoi secoli e stranamente buia anche se son le undici e un quarto ed è Natale. Poca la gente che, distanziata come ai tempi del covid, ascolta la predica intonata di quello che lo zucchetto rosso fa scoprire essere il vescovo locale, il quale abita lì accanto nell’antico palazzo con le finestre sull’antichissima valle Faul e l’accesso diretto alla sala del Conclave.
Dove una volta si eleggevano i papi i quali, poi, dal merletto della famosa loggia benedivano la folla. Che oggi non c’è perché – lo spiega l’Istat – solo il 19% degli italiani cattolici, apostolici, romani è stabilmente praticante, mentre un’ottantina d’anni fa – l’ha raccontato a Tusciaweb lo storico direttore dell’Ente per il Turismo Vincenzo Ceniti, Console del Touring – in uno dei tanti conventi di Viterbo c’erano decine di frati a cantar messa: cappuccini, col saio marrone, il cordone bianco, l’ampia chierica in testa e soprattutto la barba lunga.
Ma tutto passa e solo una decina d’anni dopo si temette, in Italia per la pace religiosa. A Prato, infatti, due cristiani, un uomo e una donna, chiamarono a processo il vescovo che li aveva dichiarati “pubblici concubini” perché sposati col rito civile (ma, dicevano in Vaticano, dandogli ragione ”in quella città, i matrimoni civili stavano per diventare un abitudine e lui doveva intervenire”). Gli andò bene perché in primo grado vinsero la causa e, soprattutto, per situazioni come la loro non si poteva più invocare la lapidazione. Fosse stato oggi, li additerebbero invece ad esempio, nei tempi nuovi in cui il papa venuto dalla “fine del mondo” chiama a Roma un connazionale, lo crea cardinale e gli fa firmare l’autorizzazione a benedire, su richiesta, ogni amore, purchessia.
Viene in mente quel che scrisse Georges Bernard Shaw in “Torniamo a Matusalemme” e che Robert Kennedy ripeteva spesso per far capire come il mondo cambia e come l’umanità è chiamata a cambiarlo: “Ci sono quelli che vedono le cose come sono e chiedono perché. Io sogno cose che ancora non ci sono e chiedo perché no?”. È la storia. Ad ogni inizio anno, essa apre un nuovo capitolo il quale sarà sempre diverso da quello chiuso il 31 dicembre.
Un 2024, allora, nel nome di Matusalemme, il patriarca che, tra l’altro, visse fino a novecentosessantanove anni. Buon principio!
Renzo Trappolini
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