Viterbo – Dalle fabbriche della Lombardia agli stadi di calcio, dallo storico scudetto con la maglia del Cagliari ai mondiali di Messico 70’. È la storia di un orfano cresciuto tra le macerie, diventato poi leggenda del calcio mondiale. È la storia di Gigi Riva, tra i più grandi calciatori italiani di sempre, morto il 22 gennaio a 79 anni a Cagliari.
“La vita di Gigi racconta l’Italia dell’ascensore sociale, quella del boom economico”, commenta il giornalista Luca Telese che ripercorre la vita di Riva da prima che diventasse “Rombo di tuono” fino agli anni del successo, mettendo in luce il forte legame tra il calciatore e la Sardegna.
Telese, che proprio su Riva e il magico Cagliari del 70 ha scritto i libri Cuori campioni e Cuori rossoblù, ha avuto il piacere di conoscerlo di persona. E durante i loro incontri, “Rombo di tuono” gli ha rivelato memorie e aneddoti senza tempo e assoluto valore. Come quella volta in cui Riva ha bevuto whiskey con De André, che poi suonò per lui e gli regalò perfino la sua chitarra. O come quella volta in cui la legge sul divorzio in Italia, approvata nel 1970, ha in qualche modo salvato il calciatore da un processo in tribunale. Memorie e aneddoti che Telese racconta.
Telese, cosa ha rappresentato Gigi Riva per l’Italia?
“Gigi Riva è un personaggio che supera i confini del calcio. È il simbolo di un’Italia che non c’è più, fatta di ragazzi incredibili nati sotto i bombardamenti e cresciuti tra le macerie, ma che alla fine sono riusciti a vivere la stagione più felice di questo paese con il boom economico e il successo in diversi campi. Riva era un po’ l’archetipo di tutto questo”.
In che senso l’archetipo?
“Così come l’Italia di quegli anni era partita dalla guerra e dalla distruzione e aveva raggiunto il boom economico, allo stesso modo Riva era partito dalle fabbriche della Lombardia degli anni Sessanta per poi diventare una leggenda. La vita di Gigi racconta l’Italia dell’ascensore sociale”.
Non ha avuto una vita facile…
“No, affatto. Basti pensare che era orfano di padre e madre. Il padre muore nella Lombardia degli anni Cinquanta, trafitto da una molla partita da un ingranaggio. Poi Riva perde anche una sorella, morta di stenti e di povertà, e anni dopo anche la madre. Qualche anno fa ho trovato un articolo di una vecchia gazzetta lombarda dei primi anni 70 che mi ha raggelato: quel pezzo racconta infatti di come la sorella di Gigi avesse chiesto alla madre di portarla a morire in casa, così da farle almeno risparmiare le 2mila lire della retta dell’ospedale. Dopo questi lutti, l’altra sorella, Fausta, rimane paralizzata per un anno. Ecco perché Riva comincia a giocare a pallone con disperazione e rabbia: per cercare riscatto”.
Quindi Riva è cresciuto con la madre e la sorella Fausta?
“Sì. Poi la madre lo manda in collegio perché vuole fargli fare il salto sociale, lavorando come sarta per potergli pagare la retta. Gigi comincia quindi a studiare, ma allo stesso tempo fa arrabbiare gli educatori dei vari istituti che frequenta a causa del suo carattere. Prova rabbia, tanto da farsi cacciare tre volte da tre istituti diversi.
L’ultima volta è abbastanza rocambolesca: va nel cortile del collegio, prende il pallone e lo calcia centrando uno per uno i vetri delle finestre, rompendoli: è il suo grande gesto di ribellione. Ma quando il direttore lo convoca nel suo ufficio, Gigi trova sua madre seduta davanti alla scrivania. Il direttore chiede alla donna come mai non fosse riuscita a educare bene il figlio e quello è stato il colpo più duro per Riva, perché non se la stava prendendo con lui ma con sua madre rinfacciandole ancora una volta le condizioni di povertà in cui vivevano. Quando la mamma esce da quella stanza, dice a Gigi che era il caso che andasse a lavorare”.
E quindi va in fabbrica…
“Si ritrova a 17 anni in una fabbrica che produce gettoniere e bottoniere per ascensori. Una volta Gigi mi ha raccontato che quando doveva scaricare un camion pieno di pesantissime gettoniere di piombo, e gli veniva il capogiro per la fatica, chiudeva gli occhi e ripensava al collegio e a tutta la rabbia che aveva dentro. Era come se entrasse in trance, tanto che quando li riapriva il camion era vuoto, come se l’avesse scaricato qualcun altro al posto suo. Poi non appena finiva il turno in fabbrica correva a giocare a pallone”.
Come entra il calcio nella sua vita?
“Quelli erano anni in cui in Lombardia c’erano tornei ovunque e come premi si vinceva una volta un prosciutto, un’altra un salame, un’altra ancora il grana o il formaggio vecchio. Gigi partecipa a tutti questi tornei e addirittura si inventa un escamotage per vincere di più: va a una finale dove gioca il primo tempo e segna tre goal poi, fingendo un malore all’intervallo, abbandona il campo e si fa accompagnare da un amico a un’altra finale dove segna altri tre goal. Una parte dei premi la porta a casa la mette in frigo, l’altra la dà al suo amico e complice. Ma il giorno dopo la madre lo sveglia agitata pensando che avesse rubato tutto quel cibo. “Ma mamma, l’ho vinto giocando a calcio”, gli ripete lui”. Luca Telese ride.
E l’approdo al calcio professionistico e al Cagliari, considerando che Riva viveva nella provincia lombarda, come avviene?
“A 17 anni, mentre gioca nel Legnano e si sta per guadagnare il primo contratto da professionista, accade un altro dramma: un giorno il capitano del Legnano si presenta in campo, va incontro a Riva e lo abbraccia. Poi gli dice che sua madre è morta e che per qualunque cosa di cui avesse bisogno avrebbe potuto contare su di lui. È in questo clima che al Cagliari arriva la segnalazione di un carabiniere napoletano appassionato di calcio, che aveva lavorato a Cagliari prima di essere trasferito in Lombardia. Il militare segnala alla società sarda “un fenomeno che gioca al Legnano”, tanto che il vicepresidente del Cagliari e il dirigente del settore sportivo della squadra sarda vanno a vedere una partita della Nazionale juniores, in cui Gigi gioca un primo tempo sottotono, ma propongono lo stesso 40 milioni al presidente del Legnano per Riva. Ovviamente lui accetta. Poi nel secondo tempo Gigi segna tre goal e alcuni dirigenti della Fiorentina corrono dal presidente del Legnano offrendo questa volta ben 70 milioni per Riva. Ma il presidente del Legnano rifiuta, avendo già stretto la mano a quelli del Cagliari”.
Quindi si ritrova in Sardegna…
“Quando arriva a Cagliari insieme alla sorella maggiore Fausta, che nel frattempo si era ripresa dalla paralisi, non c’è neanche l’asfalto in tutta la strada che dall’aeroporto porta alla sede della società. Il campo poi è di terra, mentre in Lombardia Gigi giocava su quelli d’erba. È stato un impatto drammatico quello con la Sardegna, tanto che poco dopo essere arrivato dice “io qui non ci resto neanche un minuto”. Ma l’allenatore, che ha capito la situazione, manda il terzino Longo e sua moglie da Riva per cercare di convincerlo a restare. Questa donna punta subito sulla sorella Fausta, che era diventata per Gigi una seconda mamma, e le dice che a Cagliari si vive bene per mille motivi tra cui il sole, il mare e il fatto non trascurabile che non si fa in tempo a stendere i panni che già sono asciutti. E Gigi, spinto dalla sorella, resta in Sardegna”.
Com’era invece il rapporto tra Riva e i cagliaritani?
“Si costruisce nel tempo. Gigi non esplode subito ma viene comunque apprezzato, poi inizia a fare goal e viene amato. Ma mentre la borghesia sarda impazzisce per Riva, lui ha come amici principali Martino, un pescatore, e Aldo, un meccanico. Martino poi gli fa conoscere il mare e lo fa diventare un vero sardo. È lì che Gigi decide di restare in Sardegna per tutta la vita. La città di fatto lo adotta, tanto che la prima manifestazione del 68 a Cagliari non è per il lavoro o per la politica, ma proprio per Riva: la Juventus di Agnelli aveva infatti formulato un’offerta da un miliardo di lire per portarlo a Torino, ma i cagliaritani scendono in piazza al grido di “Gigi non si tocca”. In quel momento Riva capisce per la prima volta di essere diventato un mito”.
Agnelli ha provato più volte a portare Riva a Torino…
“Agnelli era innamorato di Gigi. Nel 70 l’avvocato fa un’offerta ancora più clamorosa che, attraverso una società consociata al gruppo Fiat, prevede anche la costruzione di un ospedale in Sardegna: volete Riva o l’ospedale? Ma i sardi giustamente rispondono che a dargli l’ospedale deve essere lo stato, non la Juventus, e che preferiscono morire piuttosto che perdere Gigi. Lui resta quindi in Sardegna e nella stagione 69-70 trascina il Cagliari fino alla vittoria dello scudetto. Segnando per altro un rigore contro la Juventus la partita prima di laurearsi campione d’Italia. L’anno successivo Agnelli si ripresenta con un’altra offerta incredibile: due miliardi di lire più sette giocatori a scelta dalla propria rosa per Gigi. Lui rifiuta un’altra volta”.
Lei in un suo articolo scrive che la storia di Riva si fonde anche con quella dell’approvazione della legge sul divorzio in Italia. Perché?
“Gigi nel 70 ha una relazione con una donna sposata, Gianna Tofanari, che lascia suo marito per lui e scoppia uno scandalo incredibile. Il marito la denuncia in tribunale, perché in quel periodo storico l’adulterio è un reato che prevede per le donne una pena a un anno e 8 mesi di carcere. Riva si trova davanti a un dramma shakespeariano: se ammette di avere una relazione con Gianna, lei finisce in carcere; se nega di avere una storia, rischia invece di finirci lui per falsa testimonianza. Poi nel dicembre 1970 il parlamento approva finalmente la legge sul divorzio e Gigi e Gianna si salvano”.
Riva aveva altre passioni oltre al calcio?
“La musica, in particolare per quella di De André. Conosceva tutte le sue canzoni a memoria. Si sono anche incontrati a Genova dopo una partita di campionato contro la Sampdoria: un ex compagno di squadra di Gigi passato alla Samp, conoscendo la sua passione per De André, organizza infatti un appuntamento. Gigi mi ha raccontato che quando si sono visti, entrambi timidi, non si sono scambiati neanche una parola fino a che il cantautore non ha tirato fuori una bottiglia di whiskey e riempito due bicchieri per rompere il ghiaccio. Alla fine della loro chiacchierata Riva regala a De André una maglia del Cagliari con il numero 11 di stoffa cucito a mano. Il cantante, colto da un attimo di commozione, prende allora la chitarra e gli suona la sua canzone preferita, Preghiera, poi gli regala quella stessa chitarra”.
Lei ha raccontato la storia di Riva e del Cagliari dello scudetto 1970 nei libri Cuori Campioni e Cuori rossoblù. Cosa la lega così tanto a Riva?
“Intanto sono nato due giorni prima che il Cagliari di Riva vincesse lo scudetto. Poi un mio carissimo zio è morto a causa di un infarto mentre si trovava allo stadio durante la partita in cui Riva tornava dall’infortunio. Non solo. Sono cresciuto con questo culto e con mio nonno che dalla poltrona di casa gridava contro il terzino Norbert Hof della nazionale austriaca che aveva spezzato una gamba a Riva durante una partita. Ma oltre a queste leve emotive, c’è il fatto che Riva raccontava l’Italia dell’ascensore sociale: una squadra di orfani diventata campione d’Italia. È il ragazzo partito montando le gettoniere degli ascensori e diventato leggenda. È l’Italia del boom che entra nel mondo dei grandi, diventando l’ottava potenza del mondo. Ma Gigi è sempre rimasto con i piedi per terra: mi ha raccontato che quando andava nei vari hotel del mondo, con la squadra e la nazionale, guardava sempre le pulsantiere degli ascensori per ricordarsi da dove era partito”.
Riva ha mantenuto i rapporti con i suoi compagni di squadra dopo aver terminato la carriera da calciatore?
“Certo. Il primo a morire di quel gruppo è stato il brasiliano Nené, centrocampista diventato poi allenatore. È morto a causa di una brutta malattia degenerativa che lo ha portato via nel 2016. Quando inizia a contrarre questi sintomi, Nené torna in Sardegna dove erano rimasti sei dei campioni dello scudetto del 70, ma si vergogna a chiamarli a causa della malattia.
Un giorno si diffonde la voce che Nené era diventato senza tetto e che viveva sotto i portici di via Roma. Allora i suoi compagni lo vanno a recuperare e scoprono non solo che aveva litigato con la moglie, ma anche che aveva un debito di 7 milioni con la banca. Poco dopo a Cagliari si diffonde la voce che il debito di Nené era stato pagato con un assegno a firma di Gigi Riva. Non solo. Riva riunisce i suoi ex compagni a cena e gli dice: “Siamo stati una squadra in campo quando eravamo giocatori, adesso dobbiamo dimostrare di esserlo nella vita”. Da quel momento Nené verrà vigilato una settimana a turno da tutti i compagni di squadra. Ecco, questo è Gigi. Ed è per questo che la sua vita è andata oltre il calcio”.
Lugaro
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