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– Una folla di avvocati accalcata all’ingresso del palazzo di giustizia. Guardano fuori. Al di là delle porte a vetri, c’è Luigi Goffi, vetrallese di 61 anni pronto a darsi fuoco (fotocronaca * video).
Si è già cosparso di benzina. “Sono disperato”, ripete stringendo tra le mani un accendino e la bottiglia ormai vuota. Il cordone di carabinieri che lo accerchia teme di vederlo diventare torcia umana da un momento all’altro.
Scene cui raramente si assiste in un tribunale di provincia. Ma ieri mattina, la notizia del dramma di Goffi si è sparsa subito per le aule del palazzo di giustizia. Sono da poco passate le 10. Il telefono del vigilantes Enzo Colasuonno squilla. Lo chiama un avvocato. “Mi ha detto: Corri! C’è un uomo che si vuole dare fuoco qui fuori. Ho fatto più in fretta che potevo”.
Con Colasuonno si precipitano sul posto la polizia giudiziaria il nucleo investigativo del capitano Giovanni Martufi. Poco dopo arrivano vigili del fuoco e 118. Goffi si è già rovesciato addosso mezza bottiglia di benzina. L’altra metà la svuota davanti ai carabinieri.
Non vuole parlare con loro e neanche con i giornalisti. Chiede solo del presidente del tribunale Maurizio Pacioni. E intanto racconta pezzi confusi della sua storia.
“Mi hanno rovinato – dice -. Vivo con una pensione di invalidità. Non ho più niente. Hanno manipolato tutti i testimoni”.
Solo quando arriva Pacioni, il 60enne si calma e consegna l’accendino. Il peggio è passato. L’intero tribunale tira un sospiro di sollievo. Goffi viene portato in aula 3, mentre l’odore di benzina pervade tutto il corridoio.
Dietro al suo gesto, spiegherà al pm Franco Pacifici, c’è una causa finita male. “Trent’anni di lavoro per ritrovarmi senza più nulla. Nemmeno la mia casa. Mi sono affidato a una famiglia che, dopo trent’anni, era diventata anche mia. Ho vissuto con loro, in una dépendance che io stesso avevo costruito. Sei anni fa mi hanno licenziato e cacciato”. A Tusciaweb racconta che non voleva uccidersi, ma raccontare la sua storia e la sua causa, andata avanti dal 2008. Goffi chiedeva 300mila euro ai suoi ex datori di lavoro. E’ finita il 27 giugno, con la sentenza del giudice Damiani. Ricorso respinto. Risarcimenti zero, com’è zero, l’attività di lavoro subordinato prestata da Goffi. Il giudice non l’ha riconosciuta.
“E’ una sentenza che non condivido – afferma il suo avvocato Severino Fallucchi -, ma non importa. Le pronunce dei giudici non si criticano, ci si ribella nelle sedi opportune. Impugneremo e faremo valere le nostre ragioni in appello”.
Stefania Moretti
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