Viterbo – Il 2 giugno 1946 gli italiani votarono per scegliere tra repubblica e monarchia, ma conobbero cosa avevano scelto soltanto dieci giorni dopo, grazie ad un deliberato notturno scritto con parole che sembravano pesate col bilancino del farmacista da un governo nominato dall’ultimo sovrano, Umberto II – il primo a chiamarsi semplicemente re d’Italia e non “re per grazia di Dio” – il quale ne ebbe notizia dalla moglie del giornalista de Il Tempo Luigi Barzini, che l’aveva saputo in redazione. Così, il mattino successivo, salutato in fretta il personale del Quirinale, partì per l’esilio.
L’Italia, dunque, per dieci giorni si era trovata a non esser più monarchia e a non essere ancora repubblica e questo per il solito cavillo giuridico burocratico. Un gruppo di giuristi padovani, infatti, aveva eccepito su quale dovesse essere considerata la base per calcolare la maggioranza: i votanti o i voti validi. Ciò dopo che il ministro dell’Interno, Giuseppe Romita, non aveva comunicato, con i voti per la repubblica e per la monarchia, i numeri delle schede bianche e nulle.
Così saltò l’intesa tra governo e sovrano per le procedure del passaggio dei poteri, cui avevano lavorato De Gasperi e Umberto II e si rischiò l’annullamento del referendum. Né il successivo giorno 10 giovò la decisione della Corte di Cassazione, cui spettava la proclamazione ufficiale dei risultati, di rinviarla “ad altra adunanza” onde avere il tempo per esaminare i ricorsi. L’annuncio fu fatto nella sala della Lupa a Montecitorio dal presidente Giuseppe Pagano, un antifascista della prima ora, appena letti i totali calcolati dai ragionieri Ciccarelli per la Repubblica e Fracassi per la Monarchia con due “addizionatrici a manovella del tipo usato nelle botteghe”.
Seguirono sedute a ripetizione del governo, andirivieni diurni e notturni di De Gasperi tra Viminale, dove erano riuniti i ministri ed il palazzo del re il quale, in attesa della nuova pronuncia della magistratura, era disposto solo a delegare i “suoi” poteri al presidente del consiglio. Ma questi, con i ministri, sosteneva invece che essi gli spettassero in forza di legge e non per concessione del sovrano. Fu così che si arrivò, appunto la notte del 12 giugno, al cambio di regime certificato con deliberato del governo e per la prima volta sul Torrino del Quirinale fu issato il tricolore senza lo stemma sabaudo.
Il 2 giugno era stata anche eletta l’assemblea costituente che nominò primo presidente provvisorio della Repubblica l’avvocato napoletano Enrico De Nicola su designazione di partiti i quali – come sanno fare quanti credono nella politica e nello stato di tutti i cittadini – gli perdonarono, per la pacificazione della nazione, non solo l’antica fede monarchica, ma soprattutto la volta in cui, nel novembre 1922, quando Mussolini minacciò di fare “dell’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”, lui presidente della Camera, anziché protestare, richiamò all’ordine il deputato socialista Modigliani che aveva gridato “Viva il Parlamento”.
È storia patria e… quanto c’è da ricordare e imparare!
Renzo Trappolini
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