Viterbo – Stefano e Michelangelo sono padre e figlio. Uno presidente dell’associazione Ex facchini di Santa Rosa, l’altro un ragazzo di appena 16 anni e la voglia di prendere parte a un sogno che in una manciata di settimane è divenuto realtà. Insieme hanno percorso il cammino di Santiago. 850 chilometri divorati, passo dopo passo. Fianco a fianco, con otto chili di zaino sulle spalle. Un peso che si è “alleggerito” grazie alle centinaia di storie e persone incontrate sulla strada. Sconosciuti compagni di viaggio.
Michelangelo Santucci
Quando siete partiti?
“Siamo partiti il 3 giugno alla volta di Lourdes, da lì ci siamo mossi verso Saint Jean-Pied-de-Port, che è il lato pirenaico francese dove abbiamo acquisito le credenziali, il timbro di inizio del cammino e poi siamo partiti. Abbiamo attraversato i Pirenei, nel punto più alto dove c’è la Vierge D’Orisson, c’è il passaggio tra la Francia e la Spagna e poi siamo scesi verso Roncisvalle. Prima, importante tappa storica del cammino. Da lì abbiamo attraversato un po’ tutta la Spagna, camminando per 850 chilometri a piedi fino ad arrivare in Galizia a Santiago de Compostela. Il primo luglio. Un cammino concluso in quasi un mese, in cui abbiamo tenuto una media molto alta di camminata: quasi 30-34 chilometri al giorno per circa 28 giorni”.
Stefano, come è nata questa voglia di partire e poi la decisione di mettersi lo zaino in spalla assieme a tuo figlio Michelangelo?
“Si dice che il cammino ti chiami, era da un po’ di tempo che io ricevevo dei segnali. O un articolo di giornali, o una pubblicità in televisione. C’erano nell’aria dei richiami e io già da tempo avevo quest’idea in testa. Sono finalmente riuscito a concretizzarla. Quest’anno, poi, coincide con il 15esimo anniversario della morte di mio padre e volevo fare qualcosa di più importante e simbolico di una semplice messa in ricordo. Ma non solo, c’è qualcosa di più. Mio figlio è nato quando mio padre è venuto a mancare. Non si sono mai conosciuti, per questo volevo approfittare di un po’ di tempo condiviso per raccontargli chi era il nonno, che persona fosse, quali ideali mi abbia tramandato. Per condividere degli spazi di memoria che mio figlio non ha. Così una sera a tavola gli ho proposto l’idea di partire. All’inizio mi ha guardato con l’aria un po’ perplessa, poi ha metabolizzato la cosa e accettato con grande slancio. Abbiamo iniziato a prepararci e senza che ce ne rendessimo conto è arrivato il 3 giugno. Il pensiero costante è stato questo: condividere un tempo da dare a mio figlio”.
Stefano Santucci
Un viaggio in tre, dunque, tu, tuo figlio e il ricordo di tuo padre…
“Esatto. Siamo portati a lasciare in eredità dei beni materiali, in realtà in questa occasione ho voluto lasciare in eredità – anche se ancora sono vivo -, il tempo. Un tempo dedicato esclusivamente a lui, in memoria di mio padre. Una volta ci raccontavano che chi faceva il cammino doveva chiedere perdono per degli errori commessi. Lo facevano gli assassini, lo facevano gli usurai. Adesso chi fa il cammino porta con sé un dolore. E credo che questa esperienza ci abbia aiutato a metabolizzare proprio questo: imparare a convivere con un’assenza o con un dispiacere. Sono state tantissime le persone provenienti da tutto il mondo con cui ho parlato. Ognuno di loro era trafitto da un dolore, ognuno di loro aveva un fardello da portare sulle spalle. Condividerlo sul Cammino, anche con sconosciuti, ti alleggerisce”.
Il drappo dell’associazione ex facchini di Santa Rosa
Fisicamente vi siete preparati per affrontare questi 850 chilometri?
“Sì, c’è bisogno di preparazione fisica. Abbiamo iniziato a camminare, abbiamo partecipato alla maratona del lago di Bolsena un mese prima della partenza. Mio figlio è giovane e nel pieno delle energie. Io ho dovuto lavorare e allenarmi un po’ di più. Anche perché il percorso è davvero impegnativo. Anche dal punto di vista metereologico. Abbiamo attraversato due grandi punti impegnativi: le Mesetas spagnole, questo altopiano desertico senza acqua né ombra, dove però abbiamo incontrato dei temporali violentissimi. E caldo torrido in altri punti del cammino, che si è alternato al freddo pungente delle vette montuose in cui ci siamo ritrovati a camminare anche con 4 gradi”.
Non è dunque una passeggiata, ma quanto è stato diverso rispetto a come lo immaginavate?
“Totalmente. Abbiamo attraversato e conosciuto una Spagna rurale che non è quella di Barcellona o delle grandi città. Una Spagna estremamente ruvida, quasi indietro nel tempo. Una Spagna inedita”.
Poi l’arrivo a destinazione, cosa avete provato?
“Ci siamo commossi. È stata anche una vittoria con noi stessi: essere riusciti a portare a compimento un progetto così impegnativo anche dal punto di vista fisico è stato estremamente gratificante. E queste sensazioni si sono mescolate alla liberazione e alla voglia di tornare a casa per riapprezzare tutto ciò che quotidianamente diamo per scontato. Il cammino di Santiago è un viaggio fatto di privazioni, di condivisione di spazi e di compromessi”.
Cosa avete portato con voi? Nello zaino e nel cuore?
“Abbiamo portato con noi le fotografie di persone che non ci sono più. L’immagine di mio padre in primis, ma anche quella di due amici che ci hanno prematuramente lasciato quest’anno. Giuliano e Francesco, scomparsi all’improvviso. Ho inoltre portato con me il drappo dell’associazione e facchini di Santa Rosa, che ho fatto benedire nella cattedrale di Lourdes, nella collegiata di Roncisvalle e nella chiesa di Santo Domingo de la Calzada e poi sulla tomba di San Giacomo”.
Michelangelo, 16 anni e già un cammino percorso e conquistato, come è stato ricevere da tuo padre questo “regalo”?
“È stata un’esperienza bella da condividere con lui, è stata molto dura sotto molti punti di vista. Ma comunque bella e indimenticabile, che porterò per sempre con me che sicuramente replicheremo…”.
Dunque una nuova partenza in vista…
“Sì, ci stiamo preparando perché probabilmente partiremo di nuovo alla volta di Santiago. Percorrendo però un nuovo percorso. Partiremo di nuovo da soli, sarà la strada a regalarci compagni…”.
Barbara Bianchi
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