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Lettere - "La sorveglianza di vicinato non va limitata alla piccola criminalità..."

“La sorveglianza di vicinato non va limitata alla piccola criminalità…”

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Viterbo - Francesco Mattioli

Viterbo – Francesco Mattioli

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – A proposito di sorveglianza di vicinato, istituita e rinnovata a Viterbo.

Il cosiddetto neighborhood watching, o sorveglianza di vicinato, è una pratica che nei paesi anglosassoni è stata istituzionalizzata una sessantina di anni fa, ma veniva già effettuata in modo informale da molti decenni addietro.

Watching, quindi “guardare”: senza che questa forma soft di controllo si trasformi in una sorta di ronda popolare; e questa è una clausola fondamentale che ha sempre evitato che si passasse a una sgradevole ispezione giustizialista della vita di quartiere. Sembrerebbe quindi una soluzione spontanea e di grande riscontro civico per quella miriade di atti più o meno criminali, criminosi o devianti che si verificano ormai soprattutto nelle vie meno battute dei centri storici e in taluni quartieri di periferia tradizionalmente emarginati.

In Italia la sorveglianza di vicinato è arrivata tardi. Per motivi di vario genere, ma che ascriverei alla sfera storica e socioculturale. Ed è arrivata intrisa di equivoci. Mentre nei paesi anglosassoni la partecipazione sociale – nella forma della condivisione dei diritti e dei doveri – è iniziata presto, in Italia la sottomissione per secoli a regimi autoritari e dispotici ha prodotto, fra l’altro, una sorta di diffidenza verso un’attività per così dire di “denuncia” al potere dell’altrui condotta, tanto che una sorveglianza attiva è stata da molti considerata una forma di delazione, insomma una “spiata”, con conseguenti comportamenti omertosi. La reazione a quello che taluni hanno considerato un campo vasto e poco battuto dagli organi di polizia – piccola criminalità di strada, spaccio, vandalismo, ecc. – ha condotto poi alle famose “ronde”, molto di moda soprattutto nell’Italia leghista di un paio di decenni fa (e nel primo fascismo…), ma che hanno rischiato di creare ulteriori frizioni sociali e una sorta di “giustizia fai-da-te” incompatibile con i principi della democrazia.

In ogni caso, la complessità della vita urbana, anche nei piccoli centri, e la conseguente conflittualità quotidiana innescata da tanti e diversi fattori – dalla diversità culturale alla precarietà abitativa, dal divario generazionale all’imitazione mediatica – ha fatto lievitare il problema; talché oggi i Librino, i San Basilio, i Rogoredo, gli Scampia ce li hanno anche i centri di provincia e persino i piccoli paesi. Che a Viterbo la sorveglianza di quartiere sia stata istituita a S. Faustino, viale Trento, piazza dei Caduti e ora a San Pellegrino, ma soprattutto nelle vie meno frequentate del centro storico di minor pregio, deriva strettamente dal fatto che si tratta delle zone più critiche della convivenza urbana locale.

Tre le osservazioni da fare. La prima, che la sorveglianza di quartiere, specie a Viterbo, può far crescere la partecipazione attiva del cittadino, quindi la civiltà della convivenza in questa città; se il cittadino si sente coinvolto nella soluzione dei bisogni della città, non possono che crescere il suo senso di responsabilità civica e la soddisfazione di contribuire ad una migliore vivibilità della città (e soprattutto di un centro storico già provato da uno sviluppo urbano che gli rema inesorabilmente contro).

La seconda, che la sorveglianza di quartiere si somma alla videosorveglianza, sempre più diffusa, ma se ne discosta virtuosamente perché coglie, attraverso l’osservazione attenta svolta del cittadino residente, quelle tendenze, quelle sfumature, quegli episodi meno evidenti che la videocamera non può registrare correttamente.

Il terzo punto invece vuole innovare rispetto alle tradizionali forme di sorveglianza previste dagli ordinamenti giuridici vigenti. La sorveglianza di quartiere nasce per contrastare i rischi e i pericoli della convivenza; ma non si può restringere il campo soltanto ad una pur solerte lotta alla “criminalità”.

Il benessere, la salute, la sicurezza del cittadino non passano solo attraverso il contrasto dello spacciatore, del ladro, del vandalo, del violento. C’è un’altra sicurezza non meno importante e non meno esposta a gravi rischi, ed è quella che riguarda la viabilità e l’igiene pubblica. Le strisce pedonali, il superamento delle barriere architettoniche, lo spazio vitale per chi percorre un strada a piedi, l’eliminazione dei rifiuti, di materiali pericolosi o deturpanti sono esigenze altrettanto imperative, che obbligano ad una immediata rimozione del rischio. Quindi, sarebbe opportuno allargare le competenze della sorveglianza di quartiere anche a queste situazioni della vita urbana, così da sollecitare non solo l’intervento immediato delle forze dell’ordine di fronte all’illegalità, ma anche quello altrettanto immediato della pubblica amministrazione nel rimuovere rapidamente il pericolo.

Spiace dirlo, perché gli sforzi a tutela dell’ordine pubblico vanno comunque apprezzati. Ma la problematica della sicurezza urbana, a tutt’oggi, soffre ancora di una visione limitata del concetto, se la materia si gioca solo su un accordo tra sindaco e prefetto, con la collaborazione della questura e della polizia locale. Se ne deve dedurre che impedire che il passante sia travolto sulle strisce pedonali ormai invisibili sia meno importante che dissuadere lo spacciatore, il vandalo o il malandrino dal commettere il suo reato? Che il contrasto di altri pericoli, come quelli del traffico, delle barriere architettoniche, dell’igiene pubblica si risolva limitandosi a mettere una transenna o cose del genere e ponendosi così al riparo dalle responsabilità di legge? Su questo, le punte più avanzate della letteratura scientifica hanno già invitato ad allargare la prospettiva: poi sta alla pubblica amministrazione fare il passo giusto, mantenendo alta la guardia anche su questo tipo di rischi e organizzando i suoi servizi per eliminare immediatamente il problema.

Peraltro proprio una indagine svolta nel 2012 sul pensiero dei giovani viterbesi riguardo alla sicurezza urbana, curata del dipartimento di Sociologia e Comunicazione della Sapienza assieme al comune di Viterbo (era sindaco Giulio Marini) e diretta dal sottoscritto, aveva dato indicazioni inequivocabili: la grandissima parte dei giovani intervistati davano della sicurezza e della sorveglianza urbana una versione più ampia di quella correntemente legata soltanto a crimine e devianza.

Francesco Mattioli


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9 novembre, 2024

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