Viterbo – È stata una figura chiave nella storia della carta stampata viterbese. Oggi ricorrono 20 anni dalla morte di Gianfilippo Chiaravalli, il primo a ottenere nella Tuscia un contratto giornalistico e ad esercitare la professione a tempo pieno. Negli anni ’60 ha aperto la redazione locale del Messaggero, che fino a quel momento aveva avuto solo corrispondenti locali. L’ha poi guidata per 30 anni, fino alla pensione, a fine 1994.
Gianfilippo Chiaravalli (Archivio Massimo Chiaravalli)
In quegli anni il mondo del giornalismo era completamente diverso da quello attuale. Per garantire ai lettori un’informazione puntuale ogni notizia andava cercata muovendosi e scavando con determinazione per tutta la città e la provincia. Non esisteva internet e non c’era la possibilità che ti cadessero addosso dai social. Erano anni in cui spesso la notte si usciva insieme alle forze dell’ordine per vedere cosa succedeva. E capitava di dettare gli articoli agli stenografi al telefono all’ultimo secondo disponibile, o di correre in auto la sera fino alla sede romana del giornale per consegnare in tempo e pubblicare le foto di un evento di cronaca.
Chiaravalli aveva iniziato dalla gavetta all’inizio degli anni ’60, seguendo gli insegnamenti di un maestro come Sandro Vismara, che poi volle fortemente al suo fianco anche una volta diventato capo redazione nel 1966.
Come scrisse Arnaldo Sassi, Chiaravalli “lo chiamavano il professore del giornalismo viterbese”, perché aveva fatto l’insegnante alle scuole medie, ma poi “aveva preferito la vita movimentata dietro alla notizia a quella senza dubbio più tranquilla dietro a una cattedra. Per l’informazione viterbese ha rappresentato il simbolo di un’epoca: quella del passaggio dal giornalismo dilettantistico (fatto per lo più da volenterosi che, dopo aver terminato il lavoro primario, si dedicavano alla cronaca) a quello professionistico, determinando in tal modo un salto di qualità nell’offrire al lettore il prodotto giornale. Un giornalista attento alle cose, ma mai sopra le righe. Ha svolto il suo ruolo in maniera efficace, rifuggendo però sempre dai toni alti e stonati”.
Gianfilippo Chiaravalli con Arnaldo Sassi e Sandro Vismara ad una partita di calcio (Archivio Massimo Chiaravalli)
Anche il ruolo che ha avuto per la festa di Santa Rosa è stato importante, come testimoniano Luigi e Augusto Zucchi nel libro “Un Volo d’angeli infinto”, che ripercorre la storia della macchina ideata dal padre Giuseppe. Parlando delle statue degli angeli scrivono: “Queste opere mai viste prima erano costituite da cartapesta, ricavata dai fogli di giornale forniteci da Gianfilippo Chiaravalli, giornalista del Messaggero”. E poi, dopo il fermo del 1967 con il fuggi fuggi da sotto la struttura, c’era da rifare tutta la formazione. E fu grazie alla richiesta di reclutamento pubblicata su quelle colonne a risolvere la situazione e consentire al Volo d’angeli di sfilare di nuovo nel 1968 e fino al 1978. “Arrivarono alla redazione del Messaggero più di 200 richieste di persone che volevano partecipare alle prove di portata”. A questo punto si allontanò da Giuseppe Zucchi “la vecchia idea – raccontano Luigi e Augusto – di arruolare anche gli scaricatori di porto di Civitavecchia”.
Questo era il mondo della notizia in quegli anni. Un mondo oggi totalmente cambiato ma fondato su quelle regole, che ogni tanto vale la pena ricordare.
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