– Si parla di chiusura del centro storico di Viterbo dai primi anni settanta; chi allora faceva parte della sezione locale di Italia Nostra si ricorderà quei dibattiti, e magari di quel commerciante del centro che in Sala Regia, oltre a minacciarci fisicamente, si augurava che i suoi clienti entrassero con le loro automobili fin dentro il suo negozio. In quegli anni il traffico viterbese faceva ridere, rispetto ad oggi, e c’erano solo un paio di supermercati nei quartieri residenziali fuori le mura, che non sembravano in grado di scalfire il prestigio e i guadagni dei tanti negozi del centro. Eppure…
Così, qualcuno mi scuserà se, leggendo i proclami, le proposte, gli ammonimenti e i caveat di chi finora ha partecipato al nutrito dibattito sull’argomento, ho provato quasi un senso di amaro divertimento. Nihil novi sub sole, dicevano i latini… e se dopo quarant’anni ancora se ne discute, potrebbe significare che c’è ben poco da fare…
Comunque, alcuni punti mi sembrano assodati: a) Il centro storico va chiuso al traffico automobilistico, perché rovina la salute, danneggia i monumenti e crea pericolo per i pedoni, in quanto non è stato concepito sul piano urbanistico per ospitare quel tipo di circolazione; b) la chiusura del centro storico deve essere un valore e non una penitenza per chi ci abita e ci lavora; c) la chiusura del centro storico non è una utopia perché altrove, in Italia e all’estero, è stata realizzata.
Se su questi punti c’è accordo – e credo che ci sia – il passo successivo è mettere mano al provvedimento; e per una ragione che viene da lontano: che negli ultimi quarant’anni quando si trovava l’accordo, spuntavano subito le eccezioni, i distinguo, gli inviti a “fare prima i parcheggi”, a fare prima un “piano del commercio”, a fare prima “un piano dei trasporti pubblici”, a fare prima ecc., e così alla fine tutto si arenava. La ricetta sta nell’avviare tutto contemporaneamente, senza sbarramenti e pregiudiziali.
Come provvedere? Si dice che non tutto il centro storico è “prezioso”; che significa, che la ztl la mettiamo solo a S. Pellegrino? Il fatto è che un centro storico è costituzionalmente inadatto al traffico: allora, si può modulare la chiusura rispetto ai luoghi, ai tempi, ai modi, ma il principio di fondo è che “tutto” il centro storico va sottoposto ad un provvedimento di chiusura/riduzione del traffico.
Poiché il centro storico non deve diventare un museo, ma deve continuare a vivere di negozi, uffici, banche, bar e ristoranti, è necessario predisporre: a) parcheggi a ridosso delle mura; b) bus navetta ad inquinamento zero con tempi di circolazione rapidissimi (altrimenti il centro si attraversa a piedi in dieci minuti…); piste ciclabili, per chi voglia entrare ad inquinamento zero con un mezzo proprio (sbaglia chi crede che le piste ciclabili si facciano in campagna, è esattamente il contrario); servizi pubblici (in termini di verde, sosta, bagni) adeguati.
Non basta; esiste una tendenza mondiale e quindi difficilmente contrastabile che sta portando i centri commerciali fuori delle mura: i risultati già si vedono, in centro i negozi chiudono e si salvano solo quelli di abbigliamento, per motivi che qui sarebbe troppo lungo spiegare, ma che sono quasi esclusivamente di natura socioantropologica, non economica. Per conseguenza, per mantenere una attività di commercio nel centro, che non può essere solo di carattere turistico (ma anche su questo Viterbo è ancora indietro), è necessario che i commercianti si inventino qualcosa di accattivante, che lo facciano collettivamente (lo hanno già proposto, ma non in modo continuativo) e che l’amministrazione sostenga questi progetti. Altrove è stato già fatto e non solo a livello locale, ma persino globale! Che dire, ad esempio, di fare di certe vie dei veri e propri “centri commerciali”, con le facilities e i servizi e connessi?
Ancora: per essere appetibile, il centro storico di Viterbo deve essere sicuro come un centro commerciale; allo stato attuale troppi vicoli, troppi angoli bui diventano lo scenario di attività criminose e devianti soprattutto nelle ore notturne. Non possono esserci né terre di nessuno, né tanto meno riserve di caccia.
Un ultima notazione. I viterbesi non sono famosi per il loro spirito innovativo; come diceva un vecchio industriale nostrano, hanno ancora la mentalità contadina, un po’ diffidente, un po’ chiusa, retriva, insomma non vogliono osare. Se non ci scrolliamo di dosso questa mentalità, non si andrà lontano e il discorso rimarrà “tutto chiacchiere e distintivo”.
Il Comune ha dei progetti in mente; siano i cittadini a stimolarli, a chiedere che siano realizzati, senza però che vi siano preclusioni ideologiche nei confronti di una partecipazione dei privati a questi progetti; attualmente sono i privati ad avere i contanti, gli enti pubblici no.
E senza i contanti, non basta avere idee: alla Fiera dell’Est si vendevano topolini, non buoni propositi.
Francesco Mattioli
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