(g.f.) – Quando Grotte Santo Stefano era comune.
Sono passati 85 anni, ma in quella che è diventata frazione di Viterbo si conserva ancora la memoria di un passato ormai lontano (fotogallery).
Non solo fra i residenti, che rivendicano una unicità rispetto al resto del territorio, accentuata da una sensazione d’abbandono rispetto al capoluogo, ma soprattutto nei ricordi, alcuni dei quali custoditi nel museo dell’allora palazzo comunale, oggi sede degli uffici circoscrizionali.
Ecco allora il vecchio orologio del campanile, ancora funzionante, vecchie bilance, una appartenente alla dogana, la campana del Santissimo Salvatore e poi tanti manifesti d’epoca, per la festa del patrono, san Venerando, con una tombola da settecento lire. Era il 1922.
O un manifesto in cui s’invitano i grottani a produrre vino nostrano, contro quello “forestiero” e per far rimanere in paese i soldi frutto del lavoro.
Ma anche un avviso di concorso per un medico. Nel 1880 il nuovo dottore avrebbe guadagnato 1800 lire, pagabili in rate posticipate: “Soggetti alla ritenuta di tassa per ricchezza mobile”.
Grotte fino al gennaio del 1927 faceva parte della provincia di Roma e con la riforma voluta da Mussolini, dal 1928 venne unita a Viterbo, con la nascita della provincia.
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