Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Da anni assistiamo a una deriva silenziosa: mentre aumentano le forme contrattuali, si svuotano le tutele. Abbiamo creato un sistema che classifica i lavoratori in diverse categorie a tutele e diritti decrescenti. Fino ad arrivare a chi, ogni giorno, lavora senza alcuna protezione, senza prospettive. E oggi, primo maggio, dobbiamo dire basta.
Enrico Panunzi
Il lavoro precario, frammentato, malpagato non può più essere considerato normale. È inaccettabile che ci siano giovani costretti ad accettare contratti a chiamata, partite IVA finte, tirocini mascherati da impieghi stabili. È inaccettabile che la garanzia di una maternità, di una malattia pagata, di una pensione dignitosa siano diventate un privilegio per pochi.
Il trend dell’occupazione è in crescita. E questo è un segnale incoraggiante, ma di certo non sufficiente. Perché dietro quei numeri e dietro le statistiche ci sono troppi contratti brevi, troppi stipendi fermi, troppe vite sospese. Il lavoro non è solo una voce nei bilanci, è una questione di dignità. E la dignità o è per tutti, o non è.
Come Partito democratico e come vicepresidente del consiglio regionale del Lazio, continuerò a battermi per un mercato del lavoro giusto, che garantisca pari diritti a tutti, dal primo all’ultimo. Il lavoro deve tornare a essere un ascensore sociale, non una trappola di precarietà.
Il primo maggio non può essere solo memoria: deve essere un grido di giustizia.
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