Il tour nei palazzetti di Marco Mengoni è partito da Conegliano con una dichiarazione che ha superato la musica. Al termine dello show alla Prealpi San Biagio Arena, sul maxi-schermo è comparsa la frase: “Le persone che hanno lavorato a questo spettacolo sono contro il genocidio e ogni forma di violenza perpetrata in ogni parte del mondo”. Tutta la troupe, sul palco con il cantante, ha condiviso quel momento.
Non è la prima volta che Mengoni affronta il tema del conflitto in Medio Oriente. In passato, sventolando la bandiera palestinese, aveva detto: “Ce n’è abbastanza nel mio spettacolo di stop a questa roba orribile che ancora l’uomo continua a fare e non sa perché, però noi continuiamo a ripeterlo e magari arriva anche a quelle teste di caz*o!”.
Le parole del cantautore si inseriscono in un dibattito acceso nel mondo della musica italiana, esploso dopo il post di Ghali: “Il rap è morto, è tutto un gran teatro. Quella del ‘io non ho mai fatto politica sui miei profili social quindi perché dovrei farlo ora’, oppure ‘è una storia molto delicata e complicata che va avanti da millenni’ sono tutte stron*ate e scuse. Chi se ne frega se i vostri fan vogliono solo la musica, se sono famiglia come li chiamate. Dovete parlare anche di cose importanti. Il genocidio in Palestina ricadrà anche sulla vostra arte, sulla vostra penna, sulla vostra salute mentale e sulla vita delle future generazioni, quindi anche su quella dei vostri figli”.
Guè ha replicato con toni più pratici: “Rapper da classifica che non ti esponi, fai come me. Dona, manda il grano”. Mentre Fabri Fibra ha scelto una posizione di equilibrio: “Rispetto Ghali perché si è esposto prima degli altri. Si è sempre sentito straniero nel suo Paese. Ma su Gaza siamo tutti d’accordo”.












