Viterbo – Il Natale può trasformarsi in un periodo difficile per chi soffre di un disturbo alimentare e per la sua famiglia. Tavole ricche di cibo, cambiamenti di routine, aspettative sociali e commenti su corpo o cibo possono, infatti, generare ansia e senso di colpa.
Come affrontare, quindi, questo periodo con maggiore sicurezza e serenità?
Ne parliamo con la psicologa e psicoterapeuta Veronica Torricelli e con la nutrizionista Elisabetta Righi della Fondazione Cotarella, che non solo spiegano cosa accade a chi soffre di DNA davanti alle tavole imbandite del Natale, ma anche come supporto emotivo e comprensione da parte di familiari e amici possano essere fondamentali per affrontare questi momenti di difficoltà.
Prima ancora che inizino pranzi e cene con i parenti, per coloro che soffrono di DNA c’è una preparazione invisibile fatta di giorni di tensione e di un costante tentativo di controllare ciò che sembra incontrollabile. La persona che ha un disturbo alimentare arriva al pranzo di Natale già stanca e mentre è seduta a tavola, circondata dalla famiglia, può sentirsi sola con il bisogno di assentarsi, divisa tra il desiderio di essere “normale” e l’impossibilità di esserlo davvero in un contesto così centrato sul cibo.
Dott.ssa Elisabetta Righi e Dott.ssa Veronica Torricelli
Quali sono le difficoltà più rilevanti, avvicinandosi alle feste?
Uno dei timori più diffusi riguarda i commenti sul corpo. Ritrovare persone che non si vedono da tempo può far emergere la preoccupazione che qualcuno faccia osservazioni indesiderate sull’aspetto fisico. Anche poche parole possono lasciare un segno profondo, creare disagio o far riemergere insicurezze. È importante ricordare che nessuno ha il diritto di giudicare il corpo degli altri.
Un’altra fonte di ansia può essere la sensazione di non sentirsi al sicuro nelle situazioni in cui il cibo è molto presente. La quantità di stimoli, gli inviti, le tavole apparecchiate possono far emergere pensieri critici o la paura di non riuscire a gestire quello che si prova. Molte persone temono anche la pressione esterna a mangiare o ad “adeguarsi” al clima delle feste. A volte gli altri insistono, magari senza rendersene conto e questo può mettere a disagio o far sentire fuori posto. Avere confini e proteggere i propri spazi è legittimo.
Fondazione Cotarella
Quindi, chi è vicino come deve comportarsi?
In questo quadro, ogni parola pesa: frasi comuni come “Dai, è festa, puoi sgarrare” o “Solo per oggi” rischiano di provocare ansia e vergogna. Per questo, trasformare il pranzo di Natale in un luogo sicuro richiede delicatezza, attenzione alle emozioni e la capacità di spostare il valore del momento dalle portate alle persone. In un pranzo di Natale dominato da tradizioni e aspettative, diventare alleato silenzioso per chi ha un disturbo alimentare significa diventare quella presenza discreta che riduce la pressione invece di aumentarla, che comprende che la persona con un disturbo alimentare vive il momento della tavola come una prova e sceglie di sostenerla senza farla sentire osservata. Che capisce che dietro la rigidità delle spalle o il modo in cui la persona gira il piatto ci sono emozioni difficili da nominare. Per i familiari e gli amici, diventare un alleato silenzioso può sembrare una responsabilità difficile. Ma non è necessario conoscere tutto sui disturbi alimentari, né saper dare consigli perfetti. A volte basta osservare senza giudicare, ascoltare senza intervenire, offrire spazio senza invadere. Sono i gesti più semplici come cambiare argomento, sedersi accanto senza farlo pesare, proporre una breve pausa, che possono fare la differenza tra sentirsi soffocati e riuscire a restare presenti.
Durante le festività è importante spostare il valore della giornata dal piatto alla presenza, dal dovere alla relazione, dal controllo alla cura.
Esattamente, da dove si parte per essere un supporto concreto?
Sostenere un giovane con un disturbo alimentare durante le festività significa, prima di tutto, creare un clima emotivamente sicuro. Questo richiede ascolto autentico, rispetto dei tempi e dei limiti della persona, e la capacità di accogliere le difficoltà senza giudizio. Non possiamo dare per scontato che “siccome è festa andrà tutto bene”: al contrario, normalizzare le fatiche e prepararsi insieme può essere profondamente rassicurante.
Fondazione Cotarella
Molte famiglie temono che il momento dei pasti possa essere fonte di grande tensione. Che consigli possiamo dare?
Un aspetto fondamentale è ridurre la pressione sul cibo. Non servono forzature, controlli o commenti su quantità e porzioni, nemmeno quelli fatti “a fin di bene” come il classico “mangia un po’, è Natale”. È molto più utile concordare in anticipo alcune piccole strategie pratiche. Ridurre l’imprevedibilità è spesso la chiave. Creare un contesto prevedibile, accogliente e non giudicante, affinché il pranzo di Natale non diventi un momento di prova ma uno spazio in cui sentirsi al sicuro. Alcuni semplici gesti possono ridurre l’ansia associata al momento dei pasti: concordare anticipatamente la gestione del pasto, le quantità, eventuali adattamenti, modalità. Condividere in anticipo il menù quando possibile. Mantenere nei giorni precedenti una routine, non saltare i pasti o modificare drasticamente gli orari.
È importante ricordare che anche la famiglia vive le festività con il proprio carico emotivo. Chiedere supporto al team di cura, condividere dubbi, paure o incertezze, è un atto di responsabilità e non di debolezza.
La cura dei disturbi alimentari è un percorso complesso ma quando genitori, terapeuti e giovani lavorano nella stessa direzione, anche un periodo delicato come le festività può trasformarsi in un’occasione per consolidare la relazione, rinforzare le risorse e proteggere la continuità del percorso terapeutico.
E quali invece possono essere strategie utili durante e dopo il pasto?
È utile stabilire in anticipo uno spazio “neutro”, lontano dalla tavola, dove poter fare una breve pausa se l’ansia aumenta: un balcone, una camera, un ambiente tranquillo. Dopo il pasto, meglio proporre attività che non ruotino attorno al corpo o al cibo: un film, un gioco di società, un’attività ricreativa insieme. Evitare discorsi incentrati sulle calorie mentre si è a tavola. Via libera invece ai commenti sul gusto, sulle cose che piacciono e che non piacciono. Il cibo deve essere passione, condivisione, non calorie o conteggi.
Le emozioni, anche se intense, vanno legittimate. La persona deve sentire che non è sola.
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