Roma – Babbo Natale è un’invenzione storica, nel senso pieno e non banale del termine: un artefatto culturale emerso da un processo lungo, cumulativo e collettivo.
Non c’è un atto di nascita. Non c’è un inventore unico. Ci sono passaggi riconoscibili, contesti culturali diversi e una dinamica tipica delle invenzioni sociali: elementi nati separatamente finiscono per convergere in una figura stabile, condivisa e riproducibile.
San Nicola
Il primo nucleo è san Nicola, vescovo del IV secolo legato alla città di Myra, nell’Asia Minore. La sua fama si costruisce attorno alla generosità e all’attenzione verso i bambini e i più deboli. Nel tempo il culto si diffonde in Oriente e in Occidente e resta ancorato a una data precisa, il 6 dicembre, che in molte aree europee diventa occasione di doni ai più piccoli.
Sinterklaas
Nel passaggio tra medioevo ed età moderna, questo nucleo religioso entra nelle consuetudini popolari. Nei Paesi Bassi prende forma Sinterklaas, che conserva tratti episcopali ma assume una dimensione domestica e rituale. È una tradizione autonoma rispetto al Natale, collocata all’inizio di dicembre, ma decisiva perché fornisce nome e struttura al futuro Santa Claus, soprattutto quando viene esportata nel Nuovo Mondo attraverso le migrazioni.
Babbo Natale prima della Cocacola
In parallelo, soprattutto in Inghilterra, si afferma Father Christmas. Non è un santo, ma una personificazione della festa invernale: convivialità, abbondanza, sospensione delle regole quotidiane. Nell’Ottocento, quando il Natale diventa sempre più una festa familiare e infantile, questi fili iniziano a intrecciarsi. La dimensione morale e quella conviviale si fondono, e la figura del donatore si sposta definitivamente alla notte di Natale.
Lo snodo che rende Babbo Natale un personaggio narrativo riconoscibile arriva negli Stati Uniti, nel primo Ottocento. La poesia “A Visit from St. Nicholas”, attribuita a Clement Clarke Moore. contribuisce in modo decisivo a fissare l’immaginario: la visita notturna, la slitta, le renne, l’ingresso dal camino. È qui che il riferimento al vescovo si attenua e il personaggio assume un profilo fantastico, domestico, adatto al racconto familiare.
Da questo momento in poi la storia di Babbo Natale diventa anche storia delle immagini. Tra Ottocento e Novecento, illustrazioni, riviste e cartoline ne uniformano progressivamente l’aspetto: un anziano benevolo, legato ai regali e all’infanzia, sempre più distante dal santo storico. Resta il nome, resta l’idea del dono, cambia il significato. Non più culto religioso, ma rito sociale.
Il Novecento compie l’ultimo passaggio: la stabilizzazione globale. La pubblicità e i mass media fissano un modello iconografico dominante, quello del Babbo Natale robusto, sorridente, vestito di rosso con bordi bianchi. Non si tratta di una creazione dal nulla, ma di una sintesi visiva così efficace da diventare standard e riconoscibile ovunque.
Il Babbo Natale della Cocacola
Riviste, cartoline e illustrazioni uniformano l’immagine fino alla sintesi iconografica delle campagne della Coca-Cola, realizzate dall’illustratore Haddon Sundblom a partire dagli anni Trenta.
Ecco perché la domanda “chi ha inventato Babbo Natale?” va presa sul serio, ma nel modo giusto. Non come ricerca di un singolo nome, ma come ricostruzione di una catena storica: un santo del IV secolo, tradizioni europee, un testo letterario dell’Ottocento, una lunga sedimentazione iconografica e infine la cultura di massa. Alla fine emerge un oggetto culturale stabile. Un’invenzione storica, appunto. Collettiva. E proprio per questo duratura.
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