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Economia - Viterbo - Tra aneddoti e curiosità la storia della barberia di San Faustino che festeggia i 70 anni

Gianluca Braconcini: “Il rettore dell’università Marco Mancini mi diceva scherzando che il barbiere è lo psicologo dei poveri…”

di Irene Temperini
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Viterbo – Gianluca Braconcini: “Il rettore dell’università Marco Mancini mi diceva scherzando che il barbiere è lo psicologo dei poveri”.

Nel cuore di San Faustino, via dei Magliatori 3, la storica barberia fondata da Fausto Braconcini nel 1955. Oggi a proseguire l’attività di famiglia il figlio Gianluca e il nipote Lorenzo. Tra sorrisi, aneddoti e curiosità il racconto di un luogo di chiacchiere e confidenze, uno spaccato senza tempo della viterbesità più verace e autentica. 

Viterbo - La barberia di San Faustino - Gianluca e Lorenzo Braconcini

Viterbo – La barberia di San Faustino – Gianluca e Lorenzo Braconcini


La sua attività compie 70 anni. Un’attività che racconta una bella storia di famiglia. Chi l’ha iniziata e come si è sviluppata nel tempo?
“Ha iniziato l’attività mio padre, Fausto Braconcini, nel 1955 – racconta Gianluca Braconcini –. Lui ha lavorato come maschietto di bottega in un negozio a piazza della Rocca. Mio nonno allora era in guerra e mio padre come tanti ragazzetti della stessa età, 9-10 anni, andava a fare il maschietto di bottega in un negozio a piazza della Rocca angolo via Chiodaroli, e lì c’è stato diversi anni. Mio padre era del 1929 e si ricorda di quando alla Rocca Albornoz c’era un comando tedesco e gli ufficiali tutti i giorni andavano in questa barberia a tagliarsi i capelli col rasoio. A quei tempi andava un taglio alla tedesca che era un taglio corto come quelli che vanno adesso ma sotto si faceva con il rasoio. E tutti gli ufficiali si facevano la barba tutti i giorni e gli lasciavano le mance e mio padre era contento.

Siccome lui era magro e biondo coi boccoli ricci, a un colonnello ricordava il figlio che era rimasto in Germania e lo prese a ben volere. Coi bombardamenti del 17 gennaio la bottega fu distrutta e nel 1955 con Mario Marazza aprirono la bottega qui. Io ho iniziato nel 2001 a nome mio, per anni ho fatto il maschietto di bottega da quando ero piccolo. Mi ricordo tutti i personaggi viterbesi che venivano qui, come Alfio e la Caterina che venivano tutti sabati, Schiggino, Peppe Tramontana, tutta gente particolare. Ogni giorno era una sorpresa. C’erano momenti di avanspettacolo continuo, perché la barberia era un luogo di aggregazione sociale come l’osteria o altri luoghi”. 

La longevità della sua attività fa notizia perché è cosa rara, soprattutto oggi. Qual è il segreto? 
“Mio padre mi ha insegnato il modo di trattare e gestire le persone. È tutto lì il segreto”. 

È una lente privilegiata attraverso cui guardare e tastare il polso alla città, il suo negozio. Una volta si diceva che per sapere quello che accade e cosa pensa la gente basta andare dal barbiere. È ancora così? Cosa pensa la gente? Di cosa le parla? 
“Sì è verissimo, dopo il confessionale c’è il barbiere. Adesso ad esempio si parla delle feste e di quello che si è mangiato. Anche tra uomini ci si scambiano le ricette, le opinioni sulle mogli, i consigli sul lavoro. Per anni qui è venuto il rettore dell’università della Tuscia Marco Mancini, e lui scherzando, ma senza offendere, diceva che il barbiere era lo psicologo dei poveri. Perché chi veniva qui non pagava ma aveva gratis una seduta psicologica. Poi col tempo ci siamo diversificati anche con la clientela. Mio figlio che è giovane ha una clientela di ragazzi, io più grandi. Ad esempio ho un amico di papà, il più anziano cliente che abbiamo, classe 1929, che ancora viene”. 

Viterbo - La barberia di San Faustino - Fausto Braconcini con i suoi collaboratori

Viterbo – La barberia di San Faustino – Fausto Braconcini con i suoi collaboratori


Lei lavora in un contesto spesso alle cronache per fatti negativi, per disordini. Tanto da richiedere proprio a pochi metri da qui un presidio di forze dell’ordine abbastanza stabilmente. Come è cambiato il quartiere di san Faustino? E perché secondo lei? 
“Il quartiere è cambiato totalmente, c’è una diversificazione di razze. Alcune sono bravissime persone, altri anche se magari sono viterbesi sono discutibili per certi aspetti”. 

Lei rappresenta un osservatorio privilegiato, perché in questo quartiere ci vive e ci lavora. È sufficiente l’attenzione che ha l’amministrazione per il quartiere? Cosa non è stato fatto? E cosa secondo lei andrebbe fatto? 
“Nel tempo il quartiere è stato tralasciato, ma credo non sia facile gestire la città e certe situazioni, perché anche le leggi impongono certi limiti, ma ultimamente la situazione è un po’ migliorata. Qui non è il Bronx, io non vivo e lavoro in un sobborgo di una città violenta. Rispetto però a come si viveva nel rione di Sant’Agostino le cose sono cambiate come sono cambiate in tante altre città. Non si ha la bacchetta magica, ma dovrebbe venire qualcosa dall’alto a garantire la sicurezza e la tranquillità delle persone”. 

Sono nati negli ultimissimi anni in questo quartiere diverse attività come la sua. Cosa ne pensa? 
“Inevitabilmente tutte queste aperture ci hanno tolto un po’ di lavoro, e mi chiedo come si faccia a dare tutte queste autorizzazioni. Anche se noi lavoriamo con clienti fidelizzati. Gli uomini in questo sono diversi dalle donne. Le donne magari ogni tanto cambiano. Noi uomini siamo più abitudinari e fidelizzati e magari teniamo lo stesso barbiere tutta la vita”. 

Suo figlio proseguirà la storia di famiglia. Un orgoglio per un padre. Che consiglio gli dà? 
“Gli direi di continuare come è perché, e non perché è mio figlio, è un ragazzetto giudizioso e ha la deontologia professionale di chi sa stare al pubblico, e non è facile stare al pubblico. La particolarità del nostro lavoro è che qui si sta a contatto con le persone, ci parli, le tocchi e hai con loro una confidenza diversa”. 

Da lei passano tutti. Qual è la cosa più strana e curiosa che è accaduta qui dentro? 
“Mi ricordo quando qui ha fatto un affresco Schiggino, affresco che abbiamo dovuto coprire per motivi pratici. Mi ricordo che gli dovevo tenere la scaletta perché lui trenicava, si muoveva.
Mi ricordo c’era un altro signore che non si voleva guardare allo specchio mentre si faceva i capelli, quindi glielo dovevo girare.
Mi ricordo tutti gli scherzi e le prese in giro che facevano ad Alfio il sabato pomeriggio quando sapevano che veniva qui. Gliene facevano di tutti i colori, e allora lui si arrabbiava, andava via, poi tornava perché la gente in qualche modo gli voleva bene, e gli lasciava un pacchetto di sigarette, qualche vestito.
Una cosa divertente è che quando facevo il maschietto di bottega, e spazzolavo le persone e gli regalavamo il calendarietto, mi dicevano di spazzolare anche vicino alle tasche dove la gente teneva gli spicci. Così si muovevano gli spicci, ed era un modo per far capire di lasciarmi la mancia”.

E il ricordo più bello? 
“La cosa più bella successe quando ero piccolo. Qui vicino c’era un negozio di mobili dove dentro lavorava una signora e mio padre gli combinò il fidanzamento con un signore che veniva qua e che diceva che non trovava nessuno perché era sfortunato in amore. Mio padre li ha fatti conoscere, si sono fidanzati, sposati e hanno fatto i figli. Questa senz’altro è la cosa più bella.
Un’altra cosa  curiosa e divertente è invece il cane di un signore che si chiamava Trieste. Era un volpino, e quando il padrone, che aveva fatto parte della repubblica di Salò, gli dava il comando, lui si alzava su due zampe e faceva il saluto fascista con la zampa destra”. 

Un augurio per il 2026 per la città di Viterbo. E uno speciale per lei e suo figlio.
“L’augurio per noi è che possiamo continuare la strada intrapresa insieme, perché poi lavorare coi figli non è una cosa facile. L’augurio per la nostra città è che possa diventare una città sempre più bella e a misura di turismo, perché il turismo porta benessere e perché Viterbo è una bella città e le persone è giusto che la vengano a vedere”. 

Irene Temperini


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1 gennaio, 2026

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